Coronavirus: confini emotivi e sfide della quarantena

Il nostro sistema nervoso sta vivendo un paradosso difficile: la possibilità di co-regolare la paura e il senso di minaccia grazie alla vicinanza con altri esseri umani è impedita da un distanziamento sociale che dovrebbe salvarci la vita e che è necessario rispettare. Che fare? Intanto ricordare che la possibilità di ingaggio sociale per noi esseri umani è sempre attiva e presente nel nostro sistema nervoso e possiamo ancora stimolare – anche a distanza – quel senso di connessione che ci fa sentire più al sicuro e più compassionevoli per gli altri: ricordiamoci che la voce, l’espressione del volto, lo sguardo sono regolatori fondamentali e molto efficaci per la nostra specie, se possiamo usiamo videochat o telefono per sentire gli altri vicini e per darci il segnale di sicurezza di cui tutti abbiamo bisogno ora come esseri umani: “Come stai? Sono ancora qui per te!”

Ce lo spiega nel dettaglio Stephen Porges (nel video che segue), neurofisiologo e ricercatore esperto nella filogenetica del nostro sistema nervoso autonomo e in particolare del nostro sistema di difesa, responsabile dei meccanismi di sopravvivenza essenziali per la nostra specie.

Come proteggersi e come proteggere dunque con risorse limitate? Cosa viene riattivato nel nostro sistema emotiva dalla situazione anomala che stiamo vivendo?

L’isolamento, la distanza, la vulnerabilità, la costrizione, le regole imposte, la paura di morire, la paura per i propri cari, il senso di essere piccoli di fronte a qualcosa di grande e fuori controllo. Ovviamente la assoluta novità è essere di fronte ad un fenomeno che ci coglie impreparati: non abbiamo immunità al virus, così come non abbiamo immunità alla paura di una pandemia perché nel 2020 la memoria di antiche epidemia è lontanissima e inefficace a darci strategie immediate, soprattutto in un mondo che risulta essere radicalmente diverso e in frenetico movimento, rispetto a fenomeni analoghi del passato. Per ora si può restare a casa e limitare i danno. Come fermarsi?

Di seguito alcune riflessioni cliniche scritte e condivise in un mio recente contributo pubblicato su State of Mind e che coinvolge alcuni aspetti emotivi, cognitivi e relazionali che ho incontrato nelle ultime settimane di lavoro e di vita.

Ecco il contributo: https://www.stateofmind.it/2020/03/coronavirus-quarantena-trauma/

Spero possa essere di aiuto alla riflessione e di sostegno alla costruzione di strategie di resilienza utili a correre questa “maratona”, che richiederà un continuo rinnovamento di risorse da conservare e produrre ben oltre le aspettative iniziali.

Buona lettura!

Self-Compassion: ascoltare le proprie voci interiori

A seguito di eventi di vita traumatici è esperienza comune udire voci e vivere una frammentazione del sé difficile da gestire nelle più comuni attività quotidiane. Voci critiche, spaventate o impotenti possono condizionare la possibilità di rileggere il mondo per quello che è e creare continue sensazioni di sopraffazione e panico.
Le voci sono sintomi di diverse condizioni psicopatologiche e necessitano un approfondimento puntuale con un professionista che sappia esplorarne le caratteristiche e i contenuti. La presenza di sintomi psicotici viene spesso associata a schizofrenia ma non è sempre questo l’unico quadro clinico in cui si presentano.
Più spesso le voci interne sono il risultato di un adattamento della mente a situazioni traumatiche che hanno provocato dolore e sofferenza, cui il sistema emotiva ha dovuto reagire creando una divisione interna del sé utile a superare le difficoltà del momento, ma costosa in termini adattivi e nei suoi effetti a lungo termine. Di fronte a situazioni imprevedibili, soverchianti e senza sbocco, la mente umana sviluppa una incredibile capacità di fronteggiare gli eventi, ottimizzando le risorse per raggiungere la migliore sopravvivenza possibile. Ecco a cosa ci serve dividere il nostro sé in parti diverse: ogni voce interiore nasce in un contesto emergenziale in cui la sua presenza è servita alla persona per sopravvivere emotivamente e fisicamente a situazioni avverse, specie se avvenute nell’infanzia.
Voci bambine spaventate e ansiose possono avere la funzione di conservare e manifestare intensamente un bisogno di vicinanza e protezione che altrimenti temono di non riuscire a soddisfare; voci critiche e svalutanti possono nascere in momenti di pericolo in cui abbiamo avuto bisogno di combattere e non “perdere” tempo con emozioni dolorose e possono aver insegnato a non sentire, a non essere vulnerabili, a non mostrarsi mai impreparati. Voci minimizzanti e iper-razionali possono essere l’evoluzione di un necessario istinto di evitare il dolore e possono ostacolare le più normali attività quotidiane, facendo sentire chi le vive completamente inadeguato ad affrontare rischi, con l’obiettivo più alto di evitare in modo assoluto il rischio di deludere se stessi e gli altri. La procrastinazione può nascere da queste voci interne che si insinuano nel presente offrendo una via di fuga veloce a costo di rinunciare alla propria soddisfazione: è più sicuro rimandare, lasciar perdere, non lottare perché tanto è inutile, arrendersi per non soffrire di nuovo. Voci arrabbiate e minacciose possono invece nascere da situazioni in cui non è stato possibile difendersi e allora il sistema emotivo è portato a conservare quella reazione inespressa e ad usarla tutte le volte che incontriamo un ingiustizia o subiamo un torto; anche queste voci servono a ricordare al sistema emotivo il diritto di difesa, ma la loro intensità a volte può superare le effettive necessità del presente e rendere impossibile difendersi nei modi che essa impone. Voci suicidarie possono costituire una presenza insidiosa e difficile da individuare, ma spesso restano sullo sfondo del sistema emotivo come ultima ratio, a volte possono manifestare la loro potenza in comportamenti autolesivi. L’ultima arma della mente per evitare il dolore. A volte di tratta di voci più attive che possono portare a mettere a rischio la vita, altre volte si presentano come voci più fredde, sarcastiche, razionali pronte a offrire una soluzione estrema di fronte alla paura o alla vergogna di ri-sentire il dolore vissuto.
Nessuna parte di noi, neanche la più aggressiva, nasce nel nostro sistema con un intento distruttivo o masochistico. Anche le voci più estreme, costituiscono un estremo tentativo di protezione. Avvicinarsi a queste voci può far paura, ma un lavoro terapeutico che riesca a guidare verso una migliore comprensione di come la mente umana impara a difendersi dagli attacchi esterni, può in molti casi aiutare a capire il manifestarsi di stati interni angoscianti o conflittuali che altrimenti risulterebbero inspiegabili.
Nella terapia del trauma è centrale favorire lo sviluppo di una nuova parte di sé compassionevole, benevola e attenta ai bisogni e alle necessità di ogni parte. Ogni voce interna ha avuto un ruolo nella sopravvivenza e merita un posto nel processo di guarigione. 

“La compassione è il coraggio di calarsi nella realtà dell’esperienza umana.”

“Compassion is the courage to descend in to the reality of human condition”

Paul Gilbert

Il filmato che segue è un bellissimo contributo in questa direzione di cura e comprensione di come il trauma può influenzare la mante umana e di come il coraggio e la compassione verso se stessi possano essere la via più sicura per accompagnarsi fuori dal dolore.

Dovevi reagire! Sopravvissuti sotto attacco

Sono ormai note le reazioni emotive più comuni legate allo stress post traumatico: allerta, ipervigilanza, flashback, reazioni di evitamento, immagini intrusive degli eventi traumatici, distacco emotivo, dissociazione, alterazioni della coscienza. Ma la società è davvero pronta a capire?
Ogni essere umano è unico e speciale nelle sue caratteristiche, nella sua evoluzione e nella sua irripetibile storia. Tuttavia di fronte a pericoli potenzialmente mortali diventiamo tutti uguali e riveliamo un range molto più limitato di reazioni possibili: l’attacco, la fuga, l’immobilizzazione (congelamento o resa), lo svenimento. Ognuna di queste reazioni di fronte ad un pericolo di vita è guidata da pattern automatici che il nostro cervello rettiliano – il più antico e più legato alla sopravvivenza – mette in atto senza la mediazione della corteccia, e quindi senza una nostra capacità decisionale, intenzionale e volontaria, e seguendo una precisa gerarchia emergenziale: per un pericolo di vita ancora affrontabile il nostro cervello rettiliano ci “suggerisce” di provare a combattere e reagire, se il pericolo è inaffrontabile le gambe si mettono in moto per fuggire, se il pericolo è soverchiante e non possiamo fare più nulla per evitarlo il sistema nervoso ci spegne letteralmente e restiamo immobili, per restare nascosti (congelamento) o per non sentire il dolore o il terrore estremo della morte (resa o svenimento).

La ragione di questa organizzazione automatica e gerarchica del nostro sistema nervoso è semplice: se siamo in emergenza l’elaborazione cosciente delle informazioni sensoriali sarebbe troppo lenta per metterci in salvo! Per questa ragione l’evoluzione ha lasciato nel nostro sistema nervoso la possibilità di avere reazioni emotive e comportamentali istintive e non mediate dal ragionamento. Fin qui tutto chiaro e ampiamente documentato dalle neuroscienze e in particolare nel lavoro di ricerca del Dott. Stephan Porges nella sua Teoria Polivagale (vedi altri contributi sul tema).
Ma quali risposte siamo davvero in grado di accettare, culturalmente ed emotivamente?
Una volta superato il pericolo di vita e rientrati in un contesto di sicurezza fisica, relazionale ed emotiva la mente riprende il suo funzionamento regolare, reimmettendo la nostra coscienza nel flusso abituale di pensieri, ragionamenti, emozioni, comportamenti e reazioni che normalmente regolano la nostra quotidianità, le nostre scelte e relazioni. A questo punto la complessità  che ci contraddistingue come esseri umani emerge, lasciando spazio alla riflessione, alla valutazione di quello che ci è accaduto e al giudizio sulla qualità e sul valore delle nostre reazioni. Dimentichiamo che abbiamo delle reazioni innate e uguali per tutti i mammiferi e iniziamo a giudicare positivamente o negativamente noi stessi in base alla forza mostrata nel combattere, alla velocità con cui siamo scappati via o più spesso nell’autobiasimo rispetto a quello che avremmo dovuto o potuto fare. Un ultimo tentativo della  mente di recuperare controllo su quello che ci è accaduto, che si rivela tuttavia e troppo spesso un ostacolo alla guarigione e al superamento del trauma.
La gazzella una volta fuggita dal leone, torna a cercare cibo e ad unirsi al suo branco senza ricevere giudizi e senza tormentare se stessa per essere stata vittima di un attacco. Noi no, e questo complica un bel po’ le cose.
Nell’intervista a Stephan Porges che segue, recentemente pubblicata su The Guardian, emerge una riflessione importante: quali reazioni umane sono davvero tollerate dalla nostra società? La comprensione del nostro funzionamento mentale può affrancarci dal giudizio o dall’autobiasimo?
The Guardian: Intervista a Stephan Porges “Survivors are blamed because they don’t fight”
La nostra cultura occidentale sembra premiare le risposte di attacco e le reazioni di sfida, riesce appena a tollerare le reazioni di fuga come ultima ratio, ma mostra un pericoloso e inspiegabile disprezzo per le reazioni di sottomissione e resa, altrettanto automatiche e necessarie come le prime due. Anzi, la sottomissione e la resa sono le uniche reazioni salva-vita quando siamo davvero in condizioni estreme, inevitabili e insostenibili. Sottomettersi, arrendersi, non reagire sono in certi casi la reazione più saggia possibile. Ma purtroppo non siamo gazzelle.
Allora i sopravvissuti che non hanno potuto lottare o che non hanno trovato una via di fuga diventano per la collettività persone da giudicare: deboli, fragili, inette, senza forza di volontà o che addirittura volevano intimamente e inconsciamente vivere il trauma che ha segnato la loro vita! Un clamoroso errore di valutazione, comune tra i clinici come tra i non addetti ai lavori.
Il risultato culturale – che poi diventa clinico e sintomatologico per i sopravvissuti – si traduce in una trappola di vergogna e di colpa davvero difficili da elaborare e spesso peggiori, perché più duraturi, degli eventi traumatici che pur hanno attraversato.
Questo giudizio è ad oggi culturalmente inaccettabile oltre che scientificamente scorretto, sebbene racconti anch’esso la natura umana di fronte al dolore: il rifiuto della violenza, la paura del dolore fisico e mentale, l’impossibilità di ammettere le manifestazioni più crudeli dell’essere umano, in una parola: la negazione, del trauma e dei suoi effetti.
De-responsabilizzare le vittime è il primo passo per aiutarle a capire se stesse e a riappropriarsi della propria storia, per diventare consapevoli del proprio ruolo nel mondo e nel trauma vissuto, ma senza dubbi sulla natura delle proprie necessarie risposte di sopravvivenza.
Per questo è importante e cruciale promuovere una cultura del trauma che spieghi le reazioni, che insegni a rileggere le reazioni dei sopravvissuti in una chiave chiara e scevra di interpretazioni: siamo tutti uguali di fronte alla minaccia.
Buona lettura!
 
Approfondimenti:
Stephan Porges (2014). La Teoria Polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Giovanni Fioriti  Editore.
Robert Sapolsky (2018) Perché alle Zebre non Viene l’Ulcera? La più istruttiva e divertente guida allo stress e alle malattie che produce. Con tutte le soluzioni per vincerlo. Ed. Castelvecchi

Disturbo Borderline e trauma precoce: cosa nasce prima?

Uno dei disturbi più presenti nello scenario comune e più raccontati in cinematografia è il disturbo Borderline di personalità.
Ma di cosa parliamo esattamente? Quali sintomi o condizioni cliniche o storie di vita lo contraddistinguono?
Ecco alcune delle caratteristiche caratteriali e comportamentali più ricorrenti:
Cronica paura dell’abbandono, difficoltà nel regolare emozioni, autolesionismo, ideazione suicidaria, instabilità nelle relazioni, tendenza a creare relazioni intense e simbiotiche, alternanza tra svalutazione e idealizzazione dei legami affettivi, impulsività, abuso di sostanze, pensieri ricorrenti legati al suicidio, identità incerta e instabile, difficoltà nel definire obiettivi di vita e mantenere aspirazioni, valori, soddisfazione personale, alterata percezione del rischio con tendenza a esporsi a situazioni pericolose per la salute o per la vita.

Come terapeuta cognitivo-evoluzionista, la storia costituisce per me la parte fondamentale di ogni raccolta anamnestica: la storia di vita indica i principali eventi positivi e avversi che la persona ha affrontato nell’arco della sua vita fino al momento della consulenza terapeutica, ma anche le principali strategie di resilienza e di difesa che ha dovuto e potuto mettere in campo per sopravvivere, letteralmente o emotivamente, a condizioni sfavorevoli e che hanno provocato dolore. Tuttavia esistono le diagnosi e ogni clinico ha il dovere di orientarsi in un panorama categoriale che permette a terapeuti e pazienti di “inquadrare” il problema emotivo, di offrire una “etichetta” ai sintomi e non alla persona, con l’obiettivo di scegliere le linee guida terapeutiche più indicate e validate per quella specifica diagnosi o condizione clinica. Per quel malessere cui spesso è difficile dare un nome.
La chiave evoluzionistica è strettamente connessa alla cornice psicotraumatologica, che è quella branca della psicologia che si occupa di indagare prima e di lavorare poi sulle tracce cliniche e sintomatologiche che eventi di vita traumatici possono aver lasciato nella mente, nel corpo e nel sistema emotivo di una persona. L’indagine della storia traumatica è fondamentale per comprendere quali eventi di vita hanno creato delle “fratture” nella evoluzione emotiva della persona e soprattutto per capire come quella persona è riuscita ad andare avanti e a ri-organizzare la sua vita, la sua identità, la sua emotività e la sua capacità di creare relazioni solide e nutritive a seguito di quella frattura.
Le ferite generate da uno o più eventi di vita traumatici, possono annidarsi nel sistema emotivo e diventare nel tempo sintomi che generano grave malessere psicologico. Indagare i sintomi in una chiave evoluzionistica e psicotraumatologica permette di considerare quelle abitudini o reazioni emotive maladattive del presente o pattern relazionali, come il risultato di soluzioni emotive che sono state adattive nel passato, nel loro contesto originario di emergenza o di paura, ma si rivelano troppo costose o inutili o talora dannose nel presente della persona.
Di seguito il link ad un mio contributo pubblicato su PsychiatryOnLine, per la Rubrica Fantasmi nel sè di AISTED – Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione:

“Disturbo Borderline o Dissociazione Traumatica? Il caso di Linda”

di Camilla Marzocchi

Buona lettura!

Le ragioni del Grinch: per un Natale trauma-informed

Il Grinch, celebre film di Ron Howard (2000) tratto dall’omonimo libro di Dr. Seuss (How the Grinch Stole Christmas), è l’ormai mitico protagonista di una fiaba che rappresenta per eccellenza la Resistenza allo spirito di condivisione del Natale e diventa l’unico (quasi) antieroe che ricorda al mondo che il Natale non è per tutti una grande festa. La scontrosità, la diffidenza, la solitudine, lo scherno non si fermano davanti alle luci lampeggianti e di certo i regali non rendono più sicuro il contatto con il mondo, la comunità, gli altri. Nonostante questo anche quella de Il Grinch è una favola e come tutte deve finire bene, ma lo stimolo che porta con sé non è per nulla scontato e inappropriato. Se ci fosse davvero spazio e rispetto per il “malumore natalizio”, avremmo modo di capirne meglio le ragioni e concederci qualche riflessione autentica sulla condivisione, sulla gioia e sulla solidarietà che i questi giorni ci avvolge e travolge tutti.
L’esperienza clinica e l’esperienza di chiunque osservi le persone che ha intorno è ricca di esempi e situazioni che sembrano tutt’altro che luccicanti, ma tuttavia la giostra corre veloce e bisogna salirci su. Qualche volta tra l’altro ci si diverte lo stesso, a dispetto dei timori e della paure iniziali, ma è necessario considerare quando non è così e quando al contrario le avventure natalizie assumono la forma di un luogo cupo e pieno di fantasmi.
“Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).” (fonte Istat, 2014)
“Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: » 1 adulto su 4 (25%) nel mondo è stato abusato fisicamente da bambino; » il 36% degli adulti dichiarano di aver subìto un abuso psicologico; » 1 donna su 5 (il 20%), 1 uomo su 10 circa (5-10%) ha subito abuso sessuale da bambino; » 1 donna su 3 è stata vittima di violenza fisica o sessuale perpetrata dal proprio partner; » 1 anziano su 17 è vittima di violenza. (fonte Global Status Report on Violence Prevention, pubb. 11 dicembre 2014).
“In Italia circa 47,7 minorenni su 1000 sono seguiti dai Servizi sociali per varie tipologie di bisogni. Di questi 457.453 minori presi in carico circa 1 bambino ogni 5 è vittima di maltrattamento per abuso sessuale (76,5%), maltrattamento fisico (71%), violenza assistita (63,6%), trascuratezza materiale e affettiva (59,8%).” (fonte Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza | CISMAI | Terre des Hommes, 2015).
Se le statistiche sulla violenza intra-familiare e domestica non mentono, allora il luogo più pericoloso sembra essere proprio la famiglia e diventa inevitabile pensare oggi che gli incontri familiari dei prossimi giorni non saranno solo e per tutti un’occasione per ricordare le tradizioni del passato, condividere momenti insieme e raccontarsi le speranze per l’anno che verrà. Le statistiche ci suggeriscono piuttosto che molti bambini e molti adulti saranno probabilmente in pericolo durante le affollate riunioni familiari, probabilmente esposti a situazioni di rischio e di conflitto tutt’altro che rilassanti e che non sarà per tutti facile, né talora saggio!, seguire il dictat assoluto della condivisione.
Per chiunque la famiglia sia un luogo di pericolo, sofferenza e dolore, sarà necessario e forse utile ricordare alcuni diritti inalienabili che ognuno di noi ha e che lo “spirito del Natale” non può in nessun caso cancellare.
Quello che senti va bene. Se senti gioia, va bene, Se senti rabbia, va bene, Se senti tristezza, va bene. Se senti imbarazzo, va bene. Nessuno di noi sceglie cosa sentire, ma quello che sentiamo in alcune situazioni può arrivare dal passato e dalle esperienze negative o positive che abbiamo vissuto. Non ci sono emozioni giuste, solo reazioni emotive necessarie che possiamo decidere di esprimere oppure no, ma che è sempre utile rispettare e ascoltare perché ci dicono qualcosa di noi, di come stiamo e di cosa possiamo fare per aiutarci.
Proteggerti è tuo diritto. Non sei obbligato a incontrare chi ti ha fatto del male, non sei tenuto ad augurare un buon anno a chi ti ha picchiato, stuprato, umiliato. Nessuno merita di esporsi alla sofferenza, al pericolo o alla paura, se qualcuno te lo chiede non riesce a capire cosa provi o non ti sta rispettando come essere umano.
Puoi dire di no. E’ tuo diritto rifiutare situazioni che ti mettono a disagio, che ti spaventano, che ti fanno sentire minacciato/a o che semplicemente non ti piacciono. Che sia una cena affollata o un pranzo delizioso, non sei obbligato a spiegare, non devi per forza resistere se il dolore o la paura ti fanno sentire in balia degli eventi o degli altri. Nessuna tradizione vale la tua sofferenza. Ogni tradizione può essere cambiata e tu hai diritto di partecipare a questo cambiamento.
Difendi i tuoi confini. Ognuno ha diritto di scegliere per sé, esprimere le sue opinioni, avere i suoi valori, bisogni, pensieri, emozioni. Nessuno ha il diritto di ricattarti, minacciarti, insultarti, controllarti, costringerti. Nessuna forma di amore prevede questo, chi lo fa non ti rispetta ed è tuo diritto difenderti.
Trova un luogo sicuro. Se sei nella tua casa, ricorda che è tuo diritto avere uno spazio dove gli altri non potranno entrare. Se sei lontano dalla tua casa, cerca un luogo nuovo in cui puoi sentirti al sicuro e in cui puoi scegliere con chi stare o non stare. Se non è possibile, prova a cercare un luogo nella tua mente o a ricordare il volto di qualcuno che ti aiutato nel passato. E’ importante sapere che non è necessario vivere sempre in allerta o nel caos. Tutti hanno il diritto di vivere tranquilli ed essere lasciati in pace, anche tu.
Scegli chi vuoi vicino a te. Non sei obbligato a coltivare tutte le relazioni che incontri, anche tu puoi scegliere con chi stare, di chi fidarti, chi ti piace e chi non ti piace. Se le relazioni non ti fanno stare bene, possono concludersi, non è colpa di nessuno.
Prenditi cura di te. Se hai bisogno di correre, corri. Se hai voglia di leggere, leggi. Se hai voglia di stare da solo, resta solo. Se hai voglia di abbracciare, abbraccia. Se hai voglia di dormire, riposa. Se hai delle abitudini che ti fanno stare bene, rispettale. Anche se condividi il tempo e lo spazio con gli altri, puoi continuare a prenderti cura di te e ascoltare i tuoi bisogni. Non sei egoista se ti prendi cura di te. Ognuno dovrebbe farlo per sé. Stare insieme agli altri, non vuol dire rinunciare o sacrificarsi per loro, anzi arricchirsi reciprocamente è possibile solo se ognuno è libero e padrone di sé.

Qualunque cosa tu abbia scelto di fare, ti auguro di restare vicino a te stesso e alle tue emozioni durante queste festività e per tutto l’anno che verrà!


 
 
 

Il quinto principio di Paul Williams (2014)

Il quinto principio (2014) è il primo volume di una trilogia che Paul Williams ha scritto per raccontare al grande pubblico la storia della sua infanzia difficile, attraverso gli occhi dell’adulto che è oggi e dello psicanalista che lavora ogni giorno co i suoi pazienti vittime di trauma.
La sua opera non è solo coraggiosa, ma permette di accedere al mondo del trauma da una doppia prospettiva, sempre presente nella narrazione: quella della vittima che ha dovuto affrontare un’infanzia terrifica e piena di dolore, quella dell’adulto che ha superato e messo insieme i pezzi del suo passato senza dimenticare se stesso e i suoi pensieri di bambino.
Il testo è fondamentale non solo per tutti gli operatori che si trovano a lavorare con vittime di traumatizzazione cronica, ma utile a tutte le persone che hanno vissuto nella loro infanzia situazioni di grave maltrattamento, affrontando da piccolissimi una lotta che le parole di Paul Williams riescono a descrivere con profondità, attenzione e grande dignità.
 
 
Per leggere la Recensione completa:

Il quinto principio di Paul Williams (2014) – Recensione del libro

Feccia (2017) di Paul Williams – Recensione del libro


 

Stress Post-Traumatico e serie TV: il caso di Thomas Shelby

In questi giorni di vacanza e tempo libero, in molti avranno vissuto un altro – e meno gradito – grande classico del Natale: l’influenza stagionale! Tra febbre, tosse e nervosismo da ferie perse, saranno in tanti ad essere caduti tra le braccia rassicuranti e sempre disponibili di una lunga serie tv.
Per chi fosse finito nella rete del “Binge Watching” – senza entrare nel merito delle sue versioni più patologiche! – tra le ultime uscite prenatalizie non avrà certamente perso l’ultima stagione dei Peaky Blinders, serie tv britannica scritta e ideata da Steven Knight nel 2013, e le sfide del suo fascinoso protagonista: Thomas “Tommy” Shelby  (Cillian Murphy). I fratelli Shelby – ‘in arte’ Peaky Blinders – sono una gang di Birmingham e vivono nella zona povera della città, Small Heath, loro quartier generale da quando gli antenati gitani hanno scelto di insediarsi in città e mettere su attività illegali. La storia inizia nel 1919, quando tutti i fratelli rientrano dalla Francia, dove hanno combattuto la prima guerra mondiale, e riprendono possesso dell’ “azienda di famiglia” affidata negli ultimi anni alle sorelle rimaste ad aspettarli.
Ma cosa trovano al loro rientro? Il nemico combattuto in Francia, li aspettava tra le mura di casa. Una volta tornati liberi e padroni della città infatti, tutti i fratelli iniziano a sviluppare comportamenti bizzarri e imprevedibili: scatti d’ira, reazioni emotive incontrollate, abuso di sostanze e una eccessiva ricerca di rischi e efferatezze.
Come ormai in molte serie tv, il Disturbo da Stress Post-Traumatico diventa il “lato oscuro” di questi antieroi, il motore del loro agire e della narrazione stessa. Ma vediamoli più da vicino.
Tutti i sintomi del Disturbo da Stress Post-Traumatico (o nevrosi da guerra) sono ormai noti e riconoscibili anche per il grande pubblico: flashback, insonnia, incubi, allucinazioni, esplosioni di rabbia, depressione, abuso di sostanze. I fratelli Shelby reduci dalla guerra mostrano segnali evidenti di questa grave sofferenza psicologica che, aldilà della fiction cinematografica, può essere molto invalidante ed esporre al rischio di suicidio. Arthur e John sono aggressivi, irritabili, abusano di whiskey e cocaina, provano eccitamento nel minacciare, uccidere, sottomettere. Spesso perdono di vista gli affari o peggiorano in modo drammatico il loro comportamento di gangster, perdendo anche la stima e la fiducia della famiglia. Tommy Shelby invece appare diverso. La guerra non sembra aver intaccato la sua capacità di pianificare, di “proteggere” gli interessi di famiglia e di sedurre amici e nemici di ogni genere. E’ sempre in controllo delle sue emozioni e di quelle degli altri. Riesce a superare nuovi lutti e incidenti, nuove morti e abbandoni. E’ sempre vigile e capace di cogliere pericoli prima degli altri, restando calmo e capace di offrire sempre un piano B, per tutti.
Cosa permette a Tommy Shelby di restare così lucido, distaccato e impermeabile alla paura? Resilienza? Intelligenza? Narcisismo? Dissociazione?
Certamente una buona dose di Narcisismo sembra sostenerlo nei momenti di difficoltà e garantirgli un buon livello di energia psichica per andare avanti, inseguendo il sogno di abbandonare la malavita e scalare i vertici della politica del suo paese. Tuttavia questa autostima iperbolica non funziona affatto quando il trauma della guerra riemerge fuori dal suo controllo e proprio nei momenti di calma e serenità: il Narcisismo fallisce di fronte alla violenza dei sintomi da stress post traumatico e non lo aiuta a tenere insieme le parti diverse della sua identità, pre e post-traumatica. Quando è al sicuro Thomas Shelby diventa infatti improvvisamente vulnerabile: si trasforma, arrivano flashback, allucinazioni, paranoia, paura e una grave frammentazione del sé che ci mostrano tutta la gravità della Dissociazione traumatica interna di cui soffre. Abbiamo dunque due Tommy, uno “debole ed emotivo” che conserva sotto traccia i ricordi traumatici e il dolore della guerra, l’altro “forte e visibile agli altri” che è sempre pronto alla prossima battaglia. Quest’ultimo in effetti ha bisogno di una sfida per esistere, altrimenti le emozioni dell’altro prendono troppo spazio e forza nella sua mente. Questa alternanza rende la narrazione molto avvincente, ma allo stesso tempo ci permette di rintracciare sul piano clinico la presenza di sintomi post-traumatici solitamente meno evidenti, ma molto più frequenti nella realtà clinica delle persone che hanno vissuto una o più situazioni traumatiche, anche quando la loro parte più soffrente è offline. Ecco i sintomi post-traumatici che la parte “forte” di Tommy Shelby lascia trasparire:

  • Il pervasivo distacco emotivo in situazioni emotive o di pericolo estreme, è primo e più importante segnale dissociativo. Salta la percezione del rischio e del pericolo di vita.
  • Evitamento di situazioni o di argomenti legati al trauma, attraverso la manipolazione del contesto e delle persone. L’obiettivo implicito e non riesporsi alla situazione temuta.
  • Ritiro dalle relazioni, Pervasivo senso di sfiducia nell’essere aiutati, Autonomia ed autosufficienza estreme anche di fronte a gravi difficoltà.
  • Umore negativo e pensieri negativi persistenti su sé, sugli altri e sul proprio futuro
  • Perdita di senso del sé e di obiettivi di vita prima importanti.
  • Bisogno di sedare l’ansia attraverso l’uso di sostanze.
  • Ricerca compulsiva del sesso per regolare emozioni sgradevoli e intollerabili.
  • Il bisogno eccessivo di controllo su ogni aspetto della vita personale e familiare.
  • Senso pervasivo di colpa e vergogna, anziché una sana e forse più tollerabile responsabilità.

Le fiction ci offrono spesso uno spaccato della psicopatologia con la superficialità e la leggerezza che il contesto richiede, ma possono tuttavia offrire una rappresentazione chiara – seppur cinematografica – che permette importanti riflessioni cliniche.
Un primo spunto clinico è legato proprio alle caratteristiche esteriori di Thomas Shelby e ci ricorda l’importanza, nella clinica quotidiana, di indagare e riconoscere sempre anche i sintomi più nascosti del Disturbo da Stress Post-Traumatico e non subire la “fascinazione” di alcune identità, o parti della personalità, narcisistiche, iper-razionalizzanti o evitanti, che tendono a mettere una maschera apparentemente normale, alle emozioni più intollerabili e dolorose legate al trauma. Questa maschera permette da un lato di “ri-organizzare” il proprio mondo interno così frammentato, ma ostacola dall’altro la comprensione della sofferenza emotiva, innalzando difese forti contro ogni intervento clinico. Quando assistiamo a questo tipo di sintomi nascosti, gli episodi più importanti da esplorare con i pazienti non sono solo quelli legati ai comportamenti distruttivi, di dipendenza o di rischio, ma soprattutto i momenti di noia e di vuoto, le giornate più calme e prive di impegni, le ore di solitudine. Solo da questa finestra è possibile intravedere la frammentazione interna e iniziare a prendersene cura.
Un secondo spunto clinico, che emerge chiaramente nella narrazione, è inoltre l’importanza nell’osservare nei pazienti la ciclicità dei sintomi a l’alternanza di periodi di calma a periodi di malessere. Quello che risulta nella fiction un facile espediente narrativo, diventa nella vita reale dei pazienti una “gabbia” in cui tendono a ripetersi ciclicamente emozioni, pensieri e comportamenti sempre uguali e difficili da evitare. La sensazione di non avere il controllo sulle proprie azioni, salvo poi recuperarlo attraverso strategie disfunzionali o dannose, è il ciclo da individuare e interrompere in terapia, osservando le emozioni che lo muovono e lo rendono necessario.
Con un appropriato intervento clinico Thomas Shelby non avrebbe probabilmente più avventure da raccontare, ma nella realtà clinica senza un appropriato intervento clinico il Disturbo da Stress Post-Traumatico tende a peggiorare nel tempo e ripresentarsi anche a distanza di molti anni nello stesso identico modo. Tendono inoltre a peggiorare anche l’umore e l’ideazione suicidaria esponendo la persona e i suoi familiari a rischi gravi per la salute.
Dunque lunga vita a Thomas Shelby! Ma resta importante nella vita reale cercare invece una risoluzione e darsi la possibilità di elaborare i traumi del passato, affinché non condizionino così intensamente il nostro presente e la nostra personalità.

Trauma e linguaggio: "Feccia" di Paul Williams

“Non sapeva che nel mirino si sentiva oggetto di attenzione comunque meglio di un’indifferenza a vita ribellarsi invece un suicidio stai alla larga dai pericoli ovvio no? solo che non è ovvio non puoi mica stare alla larga da tutto specialmente se uno non lo sa che vuole stare alla larga da tutto. Terrorizzato dalla aggressioni da quando aveva dodici mesi fino a diciassette anni partenza dal cuboginnasiopaesegrigio prendi questo questo e questo! “andate via” “lasciatemi in pace” non riusciva a dirlo non lo diceva ma perché? Era la madre padre ad aggredire lui non lui loro era proprio così non l’opposto no? Era così no? Vergognarsi isolarsi significava che per lui invece non era così che era colpa sua si ritraeva da se stesso non si fidava di nessuno terrorizzato dalle aggressioni di chi loro sue? Sue. Loro. Terrorizzato dal terrore figurati!”
Paul Williams ci racconta attraverso una trilogia la storia della sua infanzia difficile, vissuta in un contesto di traumatizzazione cronica e grave trascuratezza che hanno lasciato traccia nella sua vita e nelle sue parole di adolescente.
La storia di Paul è la storia di molte persone vittime di trauma, costrette a vivere in un mondo arbitrario e imprevedibile e a trovare un modo per adattarsi e sopravvivere. Quando chi traumatizza è un padre o una madre il paradosso diventa indecifrabile per la mente: a chi chiedere aiuto? a chi affidarsi per avere conforto? dove nascondersi?
Se la mente non riesce a trovare pace, sicurezza e protezione, allora attiva altre strategie più efficaci per ridurre al massimo il dolore emotivo e le emozioni soverchianti che rischiano di farci sentire sopraffatti: la dissociazione. Il prezzo della dissociazione è un crescente senso di frammentazione della propria identità, di perdita di senso, di estraniamento, ma permette di andare avanti e di non sentirsi sempre sopraffatti e in balia degli altri.
La peculiarità di questo romanzo è indubbiamente il linguaggio, spezzato, interrotto, senza soggetto e spesso simile ad un flusso di coscienza, ma che riesce a trasmettere la difficoltà di Paul di decifrare se stesso, gli altri e il mondo in una chiave che lo aiuti a crescere. Almeno finché non gliene viene data l’occasione…
Trovate qui la recensione completa del libro: http://www.stateofmind.it/2017/09/feccia-paul-williams-recensione

“Briciole. Storia di un’anoressia.”, di Alessandra Arachi

“E’ difficile credere all’anoressia mentale. Chi la osserva da fuori non riesce a concepire che il cibo possa diventare un nemico all’improvviso. Chi la vive non capisce più come sia possibile per le persone riuscire a mangiare senza pensieri, senza ansia, senza angoscia.”

L’incomprensione, la distanza e l’estraneità tra mondo interno e mondo esterno sembra il filo conduttore del celebre libro di Alessandra Arachi “Briciole”, pubblicato nel 1994 ma che resta ancora un valido riferimento per chi vive o voglia conoscere il mondo interiore di chi soffre di anoressia e bulimia nervosa.

“Briciole” è un testo diretto, spesso duro, che racconta senza giraci attorno i pensieri e le emozioni di chi vive ogni giorno la paura del cibo, del peso e di quello che rappresenta per la propria storia e per la propria identità. L’inizio dell’anoressia raccontata in prima persona dall’autrice è, come spesso accade, in adolescenza: il confronto faticoso con gli altri, il corpo che cambia improvvisamente e non sempre nel modo desiderato, l’osservazione attenta di ciò che i coetanei più apprezzano e poi all’improvviso l’idea che basti dimagrire per non sentirsi più esclusi!

Una semplice dieta. E in pochissimo tempo arrivano una pioggia di complimenti, sguardi complici, ogni giorno scorre più facile ad ogni chilo perso. Perché fermarsi? Così l’ammirazione degli altri diventa un nuovo nutrimento: insufficiente per il corpo, ma molto molto potente per la mente!

“In meno di un mese il cervello è riuscito a trasformare un pezzo di pane in un dannoso concentrato di zuccheri, l’olio in un accumulo irrecuperabile di grassi. Diffidavo di qualsiasi cosa commestibile, ma riservavo al cibo tutti i pensieri della mia giornata.”

Così inizia il calvario della protagonista: aver trovato nella magrezza una soluzione per sentirsi in controllo di se stessa e accettata dagli altri, farà della magrezza una vera e propria dipendenza.

Ma dove finiscono le emozioni dell’adolescente?

Vergogna, tristezza, rabbia, paura del giudizio, del rifiuto, di non valere abbastanza, di non essere amati, la solitudine, …tutto finisce in un piatto, che viene sistematicamente rifiutato e rispedito al mittente: negare le emozioni, la fatica, i problemi quotidiani e la realtà diventa una soluzione efficace che spegne le emozioni negative, finché queste non vengono completamente sommerse e dimenticate. Alessitimia.

L’impossibilità di dare un nome alle emozioni è uno dei sintomi più difficili e resistenti dei disturbi del comportamento alimentare, in cui le persone faticano a descrivere, riconoscere e sentire le emozioni connesse alle esperienze che vivono, pur mantenendo un’assoluta capacità di analizzare in dettaglio i pensieri, i comportamenti e talora le sensazioni fisiche che le hanno accompagnate.

In questa distanza tra razionalità estrema e azione pura, si collocano le emozioni, spesso negate e mal giudicate, fino al punto di essere considerate semplicemente un intralcio, un segnale inutile di debolezza, anziché il segnale di una sofferenza che meriterebbe di essere ascoltata e accolta.

Il cibo allora offre una soluzione immediata: la restrizione, il digiuno, il vomito, l’abbuffata diventano modi disfunzionali che permettono però di sentirsi “sotto controllo”, o meglio, “in controllo di se stessi e delle proprie emozioni”, più sicuri della propria immagine, più padroni della propria vita. Cosa succederebbe se lasciassimo andare un po’ di controllo?

Questo scenario semplicemente non viene  più esplorato e un circolo vizioso, disfunzionale ma rassicurante, prende il posto delle emozioni che non si riescono più neppure a nominare.

Nel libro viene descritta con grande delicatezza l’importanza di recuperare gradualmente questa esplorazione e la vitalità che porta con sé l’iniziare a sentire di nuovo. Briciole di emozioni positive possono aiutare lentamente ad affrontare briciole di emozioni che fanno più paura, per trovare insieme un modo più efficace di affrontarle.

Nutrire la resilienza e stimolare un senso di sé più forte e capace di affrontare le difficoltà è la grande sfida, iniziare a coltivare il dubbio che le emozioni non siano proprio così inutili e pericolose è il primo passo verso la guarigione.

“Briciole. Storie di un’anoressia”, di Alessandra Arachi (1994) Fetrinelli.

Il trauma nella vita dei rifugiati: Terapia dell'Esposizione Narrativa

“Quando un essere umano infligge un dolore o un danno ad un altro essere umano, ne deriva una lacerazione a livello sociale e personale. Il trauma distrugge il nucleo di umanità caratteristico di ogni contesto sociale: la comunicazione, la parola, la memoria autobiografica, la dignità, la pace e la libertà.”

 
rifugiatiIl fenomeno migratorio ha assunto negli ultimi anni dimensioni enormi in tutto il mondo; intere popolazioni migrano in cerca di loghi sicuri in cui vivere e crescere la propria famiglia, fuggendo da guerre, povertà, calamità naturali. La ricerca di libertà e dignità verso una terra sconosciuta e talora inospitale è il più delle volte uno stato di necessità e come tale rende le persone combattive, pronte a lottare per la sopravvivenza e in grado di tollerare traumi e lutti che in uno stato diverso sarebbero probabilmente intollerabili per ognuno di noi.
I rifugiati più di tutti sono soggetti a questo: lo stato di emergenza e di minaccia alla vita è vissuto a lungo nella loro terra di origine, permane spesso durante tutto il loro viaggio e resta ancora attivo nella precarietà e nell’incertezza del luogo in cui arrivano.
Ma cosa succede quando l’emergenza finisce? 
Quanto tempo e con quali strumenti si possono elaborare gli eventi traumatici vissuti nel viaggio?
Che eredità lasciano questi traumi e vissuto alle generazioni successive e nelle comunità?
Per comprendere i possibili esiti traumatici nelle popolazioni di rifugiati è essenziali comprendere le caratteristiche della violenza organizzata e conoscere le condizioni in cui le persone hanno erano quando hanno vissuto le violenze. Solitudine, impotenza, colpa verso familiari lasciati indietro, perdite, violenza assistita sono tutti fattori di rischio, mentre l’appartenenza ad un gruppo, il sostegno della famiglia, l’avere uno scopo superiore e spirituale che guida, l’incontro con persone in grado di proteggere al momento giusto e la possibilità di accedere a servizi psicologici specializzati, possono essere certamente fattori che rendono i traumi superabili e che limitano il passaggio “transgenerazionale” della violenza e degli abusi.
Nei prossimi anni sarà necessario sviluppare strumenti di lavoro mirati ad intervenire su questi fenomeni, per lavorare sulle vittime di violenza, di tortura, di tratta e aiutarle a superare in modo completo i vissuti traumatici, così da ridurre il passaggio delle memorie traumatiche alle seconde generazioni di migranti.
Nell’articolo che segue propongo la recensione di un interessante testo che parla di un metodo psicoterapico per aiutare le vittime di violenza organizzata e di violazione dei diritti umani: Schauer, M., Neuer, F., Elbert, T. (2014) Terapia dell’esposizione narrativa. Un trattamento a breve termine per i disturbi da stress post-traumatico. Giovanni Fioriti Editore.

Il trauma nel racconto dei rifugiati: la terapia dell’esposizione narrativa (NET)


 

Last summer (2014) di Seragnoli – Recensione

E’ possibile rafforzare un legame alle soglie di un addio?

Last Summer (2014) è l’opera prima di Leonardo Guerra Seragnoli e mi è parso un film di particolare interesse psicologico perché in grado di offrire un racconto poetico ma molto dettagliato delle trame sottili che si intrecciano in una delle relazioni più importanti e significative della nostra vita: quella tra una madre, Naomi, e suo figlio, Ken.

La trama racconta di un legame difficile e della necessità di affrontare una separazione che sia protettiva e necessaria al legame stesso. Un tema complesso, ma descritto con la semplicità degli sguardi e dei movimenti di un bambino che cerca di elaborare l’abbandono uscendone rafforzato e più fiducioso, nonostante l’inevitabile dolore e la distanza che lo aspetta.

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La danza dell’attaccamento tra madre e figlio viene rappresentata in modo perfetto tra ricerca di vicinanza e ciclici rifiuti. Il ritmo segue l’evoluzione del loro legame, della fiducia ritrovata, della possibilità di sentire l’uno le emozioni dell’altro e di accettarle, con la lentezza e la sicurezza che meritano. Il trauma può essere riparato, se il legame torna ad essere sicuro e sintonizzato, capace di accogliere il dolore e di restituire calma e speranza per il futuro.

Di seguito la recensione completa pubblicata su State Of Mind:

Last Summer (2014): l’ultima estate di Naomi e Ken – Recensione del film



 
 
 

Percezione del pericolo e sicurezza: La teoria Polivagale

Per noi essere umani l’esplorazione dell’ambiente è stata in origine fonte di rischi e pericoli. Alla nascita il nostro sistema nervoso è immaturo e abbiamo bisogno di cure e protezione per sopravvivere. 
Sin da piccolissimi tuttavia, siamo in grado di intercettare i pericoli dell’ambiente e di segnalarli a chi ci è vicino attraverso il pianto, il lamento o vocalizzazioni. Questo permette di segnalare velocemente a chi deve proteggerci che siamo in pericolo e costituisce un basilare sistema di protezione dalla minaccia, che evolverà successivamente in età adulta e permetterà a noi stessi di valutare la presenza di pericoli e minacce, per scegliere le reazioni e i comportamenti per noi più protettivi. Questa antichissima abilità percettiva è stata definita da Stephan Porges “Neurocezione” ed è un vero e proprio “senso”, che orienta la nostra attenzione nell’ambiente e che ci permette di intercettare i pericoli al di sotto della soglia di consapevolezza, e che funziona quindi in modo istintivo e automatico. Proprio come l’olfatto ci permette di individuare odori piacevoli o sgradevoli e orienta le nostre scelte, allo stesso modo il Sistema di Neurocezione è online e attivo per aiutarci ad intercettare i pericoli il più velocemente possibile. Le strutture cerebrali che permettono questo risiedono nelle parti evolutivamente più antiche del cervello e sono collegate ai circuiti difensivi primordiali direttamente collegati ai comportamenti di attacco, fuga, congelamento e collasso.
Quando lo sviluppo dell’individuo segue una evoluzione lineare, caratterizzata da un percorso di graduale autonomia in un contesto che sia sufficientemente protettivo e al tempo stesso capace di offrire l’esplorazione necessaria del mondo, il sistema neurocettivo evolve di pari passo e permette all’individuo di imparare come orientare l’attenzione nell’ambiente in modo appropriato e adeguato alle circostanze; questo permette di esplorare con calma e sicurezza anche le situazioni nuove, lasciando attivo il sistema di difesa primordiale solo in situazioni più estreme e eccezionali di pericolo o minaccia alla vita.
Ma cosa succede quando lo sviluppo e la crescita di un individuo avvengono in un contesto non protettivo, trascurante o esso stesso fonte di pericoli? Come si adatta il nostro sistema emotivo quando restiamo vittime di abusi, violenze o maltrattamenti nella prima infanzia?
In questi casi molto spesso il nostro sistema neurocettivo evolve prendendo strade meno lineari: tende cioè a restare iperattivato durante tutta l’infanzia, finché il contesto di vita risulta pericoloso e fonte di minaccia, e conserva questa soglia di reattività anche in età adulta, esponendo la persona a reazioni di allerta eccessive e non necessariamente proporzionate al pericolo effettivo.  In questo tipo di sviluppo traumatico, il sistema neurocettivo si abitua ad intercettare il pericolo anche nelle relazioni, che sono stata la fonte primaria di minaccia, e blocca la possibilità di affidarsi e cercare sicurezza negli altri, a fronte di un costante stato di allerta che garantisce difesa e protezione.
Questo è comprensibilissimo dal punto di vista neurobiologico ed evolutivo: il sistema emotivo impara che è meglio restare in allerta perché il mondo è arbitrario e potenzialmente pieno di pericoli! Ma diventa meno comprensibile nei contesti sociali, nelle relazioni intime e, in generale, nella vita quotidiana, esponendo la persona già vittimizzata ad un ulteriore isolamento e distanza dagli altri che faticano a comprendere questo tipo di reazioni.
Questo circolo vizioso può essere modificato attraverso la psicoterapia e il sistema neurocettivo può re-imparare una nuova soglia di allerta verso l’ambiente e le relazioni, aiutando la persona a gestire meglio l’ansia e a cercare con più serenità il contatto e la vicinanza degli altri, senza vivere il contatto e l’intimità con terrore, ma cercando nelle relazioni che lo meritano, calore e sicurezza.
Per chi è interessato di seguito alcuni miei contributi pubblicati su StateOfMind, relativi alla Teoria Polivagale di Stephan Porges, il principale ricercatore che si è occupato di formulare una teoria complessa dell’evoluzione dei nostri sistemi difensivi da una prospettiva neurobiologica: 

Intervista con Stephen Porges: La Teoria Polivagale e le basi fisiologiche delle nostre intuizioni


 

A cosa servono le neuroscienze nella pratica clinica? Il modello di Stephen Porges


 
 

Integrare in Psicoterapia!

Da molti anni conosciamo ormai gli effetti del trauma psicologico e della traumatizzazione cronica sullo sviluppo cognitivo ed emotivo degli individui, ma la sfida nella cura e nella ricerca di metodi sempre più efficaci resta sempre attiva e centrale per clinici di tutto il mondo che si occupano di trauma, trauma complesso e disturbi dissociativi.
Un grande contributo è stato dato negli ultimi 10 anni da Ruth Lanius, psichiatra e responsabile dell’unità di ricerca sul PTSD dell’Universita’ del Western Ontario, che ha raccolto dati di ricerca ed epidemiologici che hanno aiutato la cultura del trauma e che hanno aperto la possibilità di discutere i questo tema in ambito accademico e di ricerca.
L’interesse delle comunità scientifiche di tutto il mondo è fluttuante e soggetto alle mode e agli interessi di chi finanzia le ricerche, ma ciclicamente torna l’interesse sul tema ed è importante offrire informazioni e indicazioni cliniche offerte da fonti attendibili e certificate.
La dolorosa frammentazione interna che vivono pazienti traumatizzati, necessità di un lavoro clinico su più livelli: corporeo, sensoriale, emotivo, cognitivo e fisiologico. Solo la conoscenza della neurofisiologia e di una buon modello della mente, può aiutare nella comprensione di situazioni così complesse e aiutare a trovare le chiavi per intervenire e promuovere un cambiamento verso la guarigione.
Ho avuto il piacere di incontrare e intervistare la Dott.ssa Lanius, dunque per chi è interessato lascio alle sue parole la descrizione del panorama scientifico attuale:

Curare il sé traumatizzato: il contributo di Ruth Lanius

La cura del Sé traumatizzato – Intervista a Ruth Lanius


Trauma, vergogna e autobiasimo: come interrompere il circolo vizioso della colpa?

La vergogna è un’emozione paradossale: parlarne tende ad accrescerla, non parlarne la lascia indisturbata a condizionare i nostri pensieri e comportamenti. 

Esprimere empatia verso chi vive costantemente immerso in questa emozioni può suscitare imbarazzo e senso di inferiorità in chi ha solo voglia di nascondersi, allo stesso modo sottolineare successi e risorse può attivare timore di non meritarli o di non esserne all’altezza. Insomma, la vergogna più di altre emozioni è in grado di creare circoli viziosi di emozioni, pensieri e comportamenti difficili da modificare anche in psicoterapia, poiché il primo passo è proprio parlare ed esporsi inevitabilmente allo sguardo di almeno un’altra persona: il terapeuta!

Ovviamente possono esserci diversi tipi di vergogna e differenti gradi di intensità e pervasività. Certamente si tratta di un’emozione molto sotto stimata nel suo potenziale ruolo nel creare sofferenza psicologica e in alcuni casi psicopatologia.

Una delle condizioni più estreme in cui il lavoro sulla vergogna è tanto complesso, quando indispensabile è lavorare con pazienti cronicamente traumatizzati o vittime di abusi fisici e verbali nel corso della prima infanzia e prima età adulta.

L’essere esposti in famiglia a trascuratezza, costante criticismo, insulti, violenza fisica, abusi sessuali o a frequenti situazioni di umiliazione in un età in cui l’identità è ancora fragile e dai confini sottili, porta i bambini che attraversano questi eventi (e dunque gli adulti che saranno!) ad interiorizzare queste critiche e a farle proprie, come unica strategia possibile per conservare in qualche modo il legame con le figure di riferimento principali. Accettare le critiche e alimentare l’odio verso se stessi, diventa così una strategia funzionale a cercare alleanza e complicità con genitori maltrattanti, ma da cui dipende la propria stessa sopravvivenza.

Tutto questo avviene automaticamente nella mente ed è inizialmente davvero utile alla sopravvivenza, ma i suoi effetti emotivi e identitari a lungo termine possono essere molto negativi per lo sviluppo di una identità adulta, sana e centrata.

Il circolo vizioso della vergogna

Il passaggio dalla vergogna di essere criticati, rimproverati o attaccati all’autobiasimo (vergogna interiorizzata) e alla colpa per sentirsi profondamente sbagliati è la chiave per aiutare le persone che hanno vissuto situazioni di questo tipo ad interrompere il circolo vizioso e a sciogliere il legame patologico con gli schemi del passato. E’ normale “ereditarli” poichè questi modelli disfunzionali di accudimento vengono appresi in modo implicito e involontario, ma non è necessario mantenerli per tutta la vita e continuare a soffrire per questo.

Ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare Janina Fisher, una delle cliniche più competenti e illuminate sul tema della vergogna, esperta di trauma complesso e di trattamento integrato dei disturbi dissociativi.

Per saperne di più di seguito i miei articoli e l’intervista pubblicati su State Of Mind:

Vergogna e auto-biasimo: come ostacolano l’elaborazione del trauma?

Trauma e corpo: Bessel Van der Kolk

“Troppo spesso né il paziente né il terapeuta

riconoscono la connessione tra il problema attuale

e la storia di un trauma cronico.”

Judith Herman (1992, p.23)

 
Di recente uscita in Italia il volume di Bessel Van der Kolk “Il corpo accusa il colpo” (Raffaello Cortina Editore, 2015), summa di tutta l’esperienza umana, clinica e di ricercatore di uno dei massimi esperti del trauma nel mondo. Il libro è una interessantissima rassegna della vita professionale di van der Kolk, che traccia l’evoluzione della cultura del trauma negli ultimi 30 anni insieme al progresso delle scoperte neuroscientifiche che ormai offrono una mappa sempre più chiara del funzionamento del cervello, del corpo e della mente di persone vittime di traumi gravi o traumatizzazione cronica
“Il corpo accusa il colpo ” è un libro per tutti, cinici, ricercatori, pazienti e lettori curiosi di approfondire questi tempi. Le storie raccontate e i riferimenti scientifici aiutano a cogliere un panorama ampio e multidisciplinare che rende il libro utile a diverse discipline: dalla psicoterapia allo yoga, dalla fenomenologia al teatro, dalle neuroscienze alla fisioterapia.
Il cuore delle considerazioni di Van der Kolk riguarda l’osservazione dei cambiamenti che il trauma produce nel sistema mente-corpo su diversi livelli di elaborazione che vanno tutti affrontati in psicoterapia e con diversi strumenti terapeutici. In particolare evidenzia l’importanza di conoscere la struttura gerarchica delle risposte difensive alla minaccia di vita e al pericolo, poiché queste risposte – che sono normali e adattive nel corso del trauma – tendono a restare attive in modo disfunzionale oltre il necessario, generando sintomi psicopatologici di allerta, ipervigilanza, numbing o dissociazione anche molto tempo dopo il trauma. Queste risposte afferiscono a strutture sottocorticali (sistema limbico e sistema “rettiliano” del tronco dell’encefalo) che regolano le emozioni in modo automatico e al di sotto del controllo consapevole e cosciente della corteccia prefrontale e delle cortecce superiori; questo significa che agiscono soprattutto sul corpo provocando reazioni fisiologiche e reazioni comportamentali coerenti con la percezione del pericolo (o meglio Neurocezione) che il sistema emotivo percepisce nell’ambiente. In pazienti traumatizzati che vivono uno stato di allerta continuo verso l’ambiente circostante e che vivono un pervasivo senso di pericolo, imprevedibilità e vulnerabilità personale, questo sistema sarà sempre attivo e sarà il primo “sistema” su cui lavorare in psicoterapia.
Solo dopo aver stabilizzato il sistema difensivo attraverso una maggiore consapevolezza e regolazione dei segnali del corpo, sarà possibile accedere all’elaborazione delle emozioni, dei vissuti, dei pensieri e infine delle memorie che condizionano le scelte e il futuro delle persone vittime di trauma. Lavorare subito e solo sul piano dei pensieri e delle interpretazioni che le persone hanno fatto delle esperienze traumatiche, può portare a sviluppare una narrazione non integrata degli eventi, che rischia cioè di essere frutto di un processo di mera razionalizzazione scollegata dal piano emotivo e dal corpo. Questo espone ad una ulteriore dissociazione all’interno della mente: una ragione in grado di raccontare i fatti, un corpo reattivo e terrorizzato che continuerà a produrre sintomi di ansia, depressivi o dissociativi legati alle risposte di allerta non incluse nel processo di  cura.
Recuperare una narrazione integrata e “incarnata” (embodied) è l’obiettivo di un lavoro terapeutico efficace sul trauma, che aiuta a recuperare risorse di resilienza e una nuova base per ripartire verso il futuro con un cervello, un corpo e una mente saldamente sintonizzate tra loro e ancorate al presente che li circonda.
Di seguito un mio articolo pubblicato su State of Mind che racconta dell’ultimo workshop del Dott. Van der Kolk a Milano (Gennaio 2016):

Trauma: il corpo accusa il colpo! – Workshop di Van Der Kolk a Milano, Gennaio 2016


 
Bibliografia:
Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore
 

EMDR: quando aiuta di più?

“Più vai lento, più vai veloce.”

Richard Kluft

L’EMDR è un metodo terapeutico evidence based che aiuta le persone che hanno vissuto una o più situazioni traumatiche ad elaborare i ricordi e a “liberare” la mente dai frammenti più dolorosi e irrisolti, che spesso sono alla base dei principali sintomi da stress post traumatico, d’ansia e depressivi.
E’ stato riconosciuto come metodo d’elezione per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e sono numerose ormai le evidenze scientifiche sulla sua efficacia nel trattamento di sindromi complesse correlate a traumatizzazione cronica e disturbi dissociativi (trovate qui informazioni e riferimenti ufficiali). La rapidità con cui permette di elaborare eventi traumatici del passato e acquisire una nuova prospettiva su di essi è una delle principali e più sorprendenti caratteristiche, a confronto con altri tipi di terapie che lavorano sulle memorie traumatiche, e questo ha alimentato grande interesse da parte dei clinici e dei pazienti stessi.
Di particolare interesse sono le recenti pubblicazioni scientifiche portate avanti da un team di ricerca tutto italiano (Pagani M., et al 2010, 2011) sul monitoraggio dell’attività cerebrale tramite elettroencefalogramma (EEG) prima, durante e dopo un trattamento EMDR: i risultati hanno evidenziato un cambiamento sorprendentemente significativo tra le prime sedute e le ultime. In particolare nelle prime il recupero dei ricordi autobiografici, delle immagini e delle emozioni negative associate attiva intensamente la corteccia limbica e la corteccia prefrontale (responsabili delle risposte emotive e delle nostre reazioni in situazioni di emergenza o di pericolo) e questa risposta permane durante l’intero processo di desensibilizzazione; mentre l’attività corticale si modifica radicalmente a conclusione del processo di elaborazione, mostrando una maggiore attivazione delle regioni corticali temporali, parietali e occipitali con una chiara lateralizzazione sinistra. Questi dati hanno permesso di ipotizzare l’effettivo “passaggio” del ricordo traumatico da una rete mnestica sottocorticale, che continua a riattivare nel PTSD il ricordo traumatico a causa della reattività delle aree del cervello limbico e prefrontali legate alla percezione del pericolo e alle risposte di emergenza, ad una rete più corticale in cui il ricordo viene riorganizzato in una memoria più cognitiva e semantica, che permette la rievocazione dell’evento traumatico, ma non più delle reazioni emotive dolorose ad esso associate. “Queste scoperte suggeriscono un‘elaborazione cognitiva dell’evento traumatico in seguito a terapia EMDR riuscita e sostiene l’evidenza di distinti modelli neurobiologici di attivazione del cervello durante i movimenti oculari bilaterali nella fase di desensibilizzazione dell’EMDR (fonte EMDRItalia.it).”
La ricerca su questi meccanismi neurobiologici andrà avanti e cidarà sempre più risposte, ma quello che tuttavia resta a noi terapeuti è: come declinare il metodo nella clinica quotidiana?
Come spesso accade i risultati scientifici fanno crescere entusiasmo e speranze tra clinici e pazienti, sviluppando da un lato grande curiosità e passione nella ricerca di evidenze sperimentali, ma da l’altro alimentando una certa quota di “pensiero magico” circa l’efficacia del metodo e la sua applicabilità!
E’ dunque importante sapere per tutti, clinici e pazienti che vorranno avvicinarsi a questo tipo di trattamento, che si tratta di una tecnica terapeutica che va integrata in un percorso di psicoterapia e soprattutto in una relazione terapeutica.
Come tale l’EMDR offre incredibili risultati a fronte però di una cornice di lavoro molto specifica, articolata e solida, in cui sarà importante definire dettagliatamente la diagnosi, la storia di vita, la sintomatologia presente e le risorse presenti nel paziente per fronteggiare la vita quotidiana e le emozioni veementi che spesso vengono stimolate dalla rievocazione del ricordo target su cui si sceglie di lavorare.
Nella mia esperienza le condizioni di miglior efficacia sono:

  • La corretta diagnosi e l’approfondimento di disturbi dissociativi sottostanti;
  • L’individuazione dei ricordi target effettivamente collegati alla sofferenza attuale del paziente;
  • La creazione di un’alleanza terapeutica chiara su obiettivi, metodo e fasi della terapia;
  • Una relazione di fiducia, in cui paziente e terapeuta possano affrontare la fase della elaborazione delle memorie traumatiche in un contesto percepito sicuro e privo di pericoli per entrambi;
  • La conoscenza e applicazione del protocollo standard come prima scelta e la padronanza di tecniche di integrazione cognitive e corporee da utilizzare nei casi più complessi;
  • Offrire sempre al paziente la possibilità di scegliere durante l’intero processo di cura;
  • Riconoscere e rispettare le resistenze e le fobie che possono attivarsi verso il recupero delle memorie, anche in presenza di una grande motivazione del paziente al lavoro EMDR;
  • Il processo di elaborazione può sollecitare inizialmente emozioni negative, ma non deve essere in nessun caso traumatico; quando il momento è quello giusto le emozioni negative tendono a ridursi abbastanza rapidamente e a lasciare spazio e nuove emozioni e prospettive;
  • Seguire un percorso a fasi che preveda una fase di stabilizzazione iniziale del paziente, che consenta una buona padronanza dello “scenario” su cui si andrà a lavorare e dei possibili vantaggi e svantaggi del lavoro stesso, e solo successivamente un lavoro di elaborazione mirato e diretto sulle memorie traumatiche.

Se queste caratteristiche non vengono rispettate, il lavoro EMDR rischia di generare ulteriori resistenze e di aumentare la fobia del ricordo traumatico e il senso di impotenza spesso tipico in persone traumatizzate.
Quando al contrario queste condizioni sono rispettate, l’EMDR permette di “volare” verso una nuova prospettiva, di rinnovare le proprie risorse verso la resilienza necessaria ad andare avanti in una vita piena e caratterizzata dal recupero di un contatto profondo, solido e integrato con se stessi, con gli altri e con la realtà.
Certo è che i tempi per raggiungere questi obiettivi possono variare da persona a persona e certamente si allungano in situazioni più complesse di traumatizzazione cronica, ma in psicoterapia a volte la lentezza produce cambiamenti più grandi e più duraturi.
 

Buoni propositi e procrastinazione: Buon anno!

Gennaio si sa, è un mese di buoni propositi e ritrovate speranze: il Natale è passato, l’inverno segue una svolta in positivo e nuovi progetti, diete, attività sportiva, scelte di vita, prendono piede. Per ognuno il cambiamento segue strade e forme diverse, ma nessuno sembra riuscire a tirarsi completamente indietro di fronte alla tentazione di almeno una promessa fatta tra sé e sé.

P_20161230_112638Esplorare il mondo e noi stessi con curiosità e gentilezza è l’augurio che vorrei portare avanti per tutto l’anno, provando a dedicare attenzione e presenza ad ogni azione e momento delle mie giornate.
Quali sono i vostri?
Come tenete fede alle promesse?

I buoni propositi quasi sempre implicano un cambiamento, ma ogni cambiamento è azione e agire di solito è l’ultimo anello di una catena più lunga che sarebbe importante (di nuovo!) esplorare. In alcune situazioni agire è semplice come respirare, a volte invece diventa un’azione più complessa, che mette in gioco “parti” o aspetti di noi più nascosti che possono emergere improvvisamente e remarci contro. Qui si colloca la procrastinazione, una delle forme più tipiche in cui alcune parti di noi intervengono a boicottare progetti e cambiamenti importanti. Sia chiaro: rimandare una scelta, un’azione o un impegno non è di per sé patologico, né dannoso, né tanto meno un comportamento da curare. Spesso prendersi del tempo è tanto necessario, quanto saggio.

Ma cosa succede quando ci accorgiamo di aver procrastinato a lungo qualcosa che per noi era davvero importante? Cosa ci diciamo quando il tempo passa e non riusciamo ad iniziare quello che vorremmo?

Per ognuno di noi la procrastinazione ha motivazioni e modalità differenti, ma per tutti può diventare una grande fonte di stress poiché alimenta una visione negativa di se stessi come inconcludenti, inadeguati o incapaci, quando non addirittura falliti.

Innanzitutto la procrastinazione porta ad “evitare” l’azione che vorremmo intraprendere, quindi ha spesso (ma non solo) emozioni di ansia e paura sottostanti, che la guidano. Ma paura di cosa? a volte è semplicemente paura dell’ignoto e di ciò che non si conosce, più spesso paura di fallire, o magari paura del giudizio, paura di non essere abbastanza forti, capaci o bravi, paura di non farcela, paura di sbagliare e vergogna di mostrarsi inadeguati alla promessa fatta a se stessi o agli altri. Tutte emozioni normali, ma se molto intense certamente difficili da tollerare! Accanto a queste ed altre emozioni,  possono insinuarsi nella mente idee e pensieri inflessibili, che contribuiscono ad alimentare e mantenere il comportamento di evitamento:

l’idea di dover raggiungere i propri obiettivi in pochissimo (o nessun tempo!), a volte si mostra come un vero e proprio “pensiero magico” che rende molto frustrante l’incontro con la realtà;

l’idea di non poter fallire, a volte si mostra come un pensiero “tutto o nulla” e confondiamo il “fare un errore” con l’ “essere persone sbagliate”; chi inizierebbe mai qualcosa sapendo di non poter assolutamente fallire?

l’idea di dover raggiungere risultati eccellenti, “altrimenti non vale la pena iniziare”, a volte ci pone di fronte ad alti standard che, anziché motivarci, bloccano i nostri tentativi sul nascere e ci fanno chiudere in un perfezionismo astratto e irraggiungibile;

l’idea di non essere all’altezza, di essere fragili, di non avere pregi particolari o di essere un bluff, sono infine pensieri che possono colonizzare la mente e impedirci di intraprendere una sfida o un cambiamento. A volte esperienze negative o traumatiche del passato cristallizzano nella mente un’immagine di noi stessi negativa e stereotipata, che non tiene conto delle risorse personali e della nostra complessità come esseri umani, lasciandoci fermi in “idee irrazionali” e credenze su noi stessi che non mettiamo mai davvero in discussione.

Dove impariamo tutti questi pensieri, meriterebbe un approfondimento e una riflessione più ampia e personale, ma è certo che per ognuno la strada che queste idee percorrono è diversa. La propria famiglia d’origine è spesso la culla in cui queste idee vengono alla luce e prendono spazio nella mente, ma tutte le nostre esperienze di vita successive diventano luoghi in cui possono invece evolvere, nutrirsi di nuove occasioni e magari anche di un po’ di saggezza.

Detto questo, negoziare con le nostre parti emotive più inclini alla procrastinazione è compito arduo e spesso richiede un livello di energia, fisica e mentale, che non abbiamo o che non basta a contrastare paura, vergogna e tentazione di rinunciare. Sapere però che queste “parti” hanno dei pensieri e delle emozioni, può almeno aiutarci ad aprire un tavolo di trattativa e forse a non interrompere troppo a lungo le nostre esplorazioni!

Buon 2017!

"Io, Daniel Blake." Ken Loach (2016)

L’ennesima denuncia di Ken Loach, l’ennesima necessaria riflessione sulla nostra realtà.

Daniel Blake è un carpentiere, ha circa 60 anni, vedovo e con un passato difficile, che si trova ad affrontare un periodo di malattia. E’ un uomo forte, capace di affrontare le difficoltà con ironia, di accettare le sofferenze della vita come eventi da cui imparare per andare avanti. L’apparenza burbera e l’aria semplice, si accompagnano a gesti e parole di grande delicatezza, saggezza e generosità, e mostrano un animo curioso e autenticamente aperto al mondo e agli altri.

A seguito di un attacco cardiaco Dan è costretto per la prima volta nella vita a chiedere aiuto allo Stato: non ha per fortuna avuto danni gravi, è in forze e autonomo in tutto, ma i medici gli vietano di lavorare perché il suo cuore è debole e deve ottenere un sussidio di invalidità che gli permetta di vivere, in attesa di riprendere il suo lavoro. Il problema è semplice, la soluzione a quanto pare impossibile.

i-daniel-blakUn funzionario ottuso e dedito alle procedure, più che a rendere servizio, valuta l’autonomia e la resilienza di Dan come un segnali di benessere e gli nega il sussidio, gettandolo in un paradosso senza soluzione: non può lavorare, non può avere assistenza. I ricorsi richiedono molto tempo e competenze informatiche che Dan non ha, ma lui non cede: ore di attesa ai call center, moduli online, code agli sportelli, internet point, documenti, visite mediche. Niente, ci vogliono mesi. Il sistema ha solo una soluzione rapida da offrire, di nuovo paradossale: fingere di cercare un lavoro, che non potrà accettare finché i medici non lo consentiranno, per ottenere un sussidio di disoccupazione che non gli spetterebbe. Dan non ha scelta e accetta, ma la sua identità solida e forte inizia ora a vacillare. Arrivano umiliazione, vergogna, inadeguatezza. Un senso di impotenza e di inutilità che prima non conosceva e che ora lo fanno temere per il futuro.

In questa lotta per i suoi diritti incontra Daisy, ragazza madre di due bambini, in grave difficoltà e isolamento. Dan trova tempo anche per lei: fa lavori di casa, aiuta i bambini con i compiti e con le difficoltà di integrarsi, costruisce mobili in legno e racconta loro delle storie prima di andare a letto. Dan ha davvero molte energie e molto da insegnare agli altri, ma trova solo in loro qualcuno in grado di apprezzarlo e di dargli il calore umano di cui ha bisogno.

Dan resiste, personalmente e eticamente. Non si arrabbia mai di fronte alle difficoltà, è abituato a risolvere problemi, ad aggiustare le cose e a farle funzionare. E’ e resta fiducioso. Ma le ingiustizie fanno crollare a poco a poco le sue certezze e lo indeboliscono come nient’altro.

Ken Loach ci porta di nuovo e con forza su temi di giustizia sociale, a riflettere su come le nostre società moderne gestiscono l’emarginazione, la malattia e la povertà, ma anche su come paradossalmente le risorse personali, l’interesse per il bene comune e il senso di responsabilità siamo sovrastate da superficialità e ignoranza, quando non addirittura osservate con sospetto.

La visione di Loach è dolorosa, ma chiara: non racconta la storia di un eroe, ma di un cittadino normale, con i suoi diritti e rispettoso dei suoi doveri, che non ha nessuna voglia di approfittare dello Stato, ma che si trova suo malgrado più dipendente e bisognoso di quello che vorrebbe, perché lo Stato semplicemente non funziona. La solidarietà sembra l’unica risposta possibile, a fronte di un servizio sociale che non solo non è in grado di comprendere e rispondere ai diritti minimi, ma che in più è lesivo della dignità e dell’identità stessa delle persone.

Chiaramente è qui rappresentato e colpito il servizio sanitario inglese, ma la denuncia di Loach genera molte riflessioni importanti sulla necessità di non perdere, tra innovazioni tecnologiche, burocratizzazione e automazione delle procedure, l’essenza irrinunciabile dell’assistenza pubblica e (aggiungerei) di ogni processo di cura: un aiuto che rispetti i diritti, le identità e le storie, che promuova l’autonomia e la crescita, che sia in grado di cogliere e valorizzare le risorse personali e soprattutto che non sia “iatrogeno” quando incontra la vita quotidiana delle persone.

io-daniel-blake

Attaccamento e relazioni adulte: strategie! (III Parte)

Come possiamo riconoscere la nostra modalità di attaccamento? Cosa implica nelle nostre relazioni attuali? (LEGGI ANCHE precedenti contributi sul tema!)

Un primo concetto importante per comprendere meglio quale sia il nostro stile di attaccamento è l’idea che l’attaccamento, come necessità biologica innata, venga ricercato automaticamente nel caregiver di riferimento, permettendo così di adattarci a qualunque contesto relazionale e sociale. Come già sottolineato nei precedenti contributi sul tema, l’attaccamento nei primi mesi e anni di vita, garantisce la sopravvivenza stessa dell’individuo e dunque costituisce un bisogno irrinunciabile anche nei contesti più difficili e inadatti ad accogliere questo bisogno.

Un secondo concetto fondamentale è dunque l’idea che qualunque cosa facciamo per raggiungere e mantenere questo legame nell’infanzia sia non solo lecito e necessario, ma spesso anche “la cosa migliore da fare in quel momento. Piangere di più o non piangere mai, urlare più forte o mantenere un’espressione adeguata, aggredire il caregiver o prendersi cura di lui: tutto è funzionale se volto a garantirci quel legame, nel momento in cui ne abbiamo più bisogno.

Dati questi due punti di partenza, il corollario che ne deriva è che molto spesso le nostre modalità di attaccamento (o meglio di relazione) restano invariate in età adulta e non sempre integrate da altre modalità più adulte e funzionali. Insomma, continuiamo a cercare il partner o a crescere i nostri figli utilizzando quell’antica modalità di “legarci” agli altri come principale modus operandi e questo, in alcuni casi, può diventare anche molto disfunzionale. Questi pattern – che contengono emozioni, pensieri e comportamenti – tendono a stabilizzarsi nel tempo, pur non restando gli unici modi possibili di relazione, e vanno a costruire il nostro bagaglio di “reazioni” e soluzioni a determinati contesti relazionali (chiamati Internal Working Model o Modelli Operativi Interni).

attaccamento-bowlbyIn estrema sintesi, tutti gli stili di attaccamento muovono da un unico obiettivo: mantenere la massima vicinanza possibile al caregiver. Come viene raggiunto questo scopo?

Di seguito le principali modalità di attaccamento in cui ognuno di noi può facilmente ritrovarsi:

1  Attaccamento sicuro o B: si sviluppa quando da bambini si è potuto sperimentare un libero e incondizionato accesso alla figura di attaccamento, in condizioni di necessità, e questo  ha permesso di interiorizzare una idea dell’altro accogliente e positiva. Questo stile di attaccamento si manifesta in età adulta con una generale fiducia nel partner, con la capacità di vivere sia l’intimità, condividendo emozioni e bisogni profondi, sia la distanza senza angoscia o timori. Le relazioni frutto di un attaccamento sicuro consentono di creare e mantenere legami soddisfacenti, ricchi e capaci di adattarsi in modo flessibile al contesto e ai cambiamenti di vita, rispettando bisogni di vicinanza e accudimento, così come quelli di autonomia nei propri spazi di vita. Resta l’idea che l’altro possa rispondere ai nostri bisogni e restarci vicino, mentre proviamo ad esplorare il mondo e ad assumerci i rischi che questo comporta.

2 Attaccamento insicuro-evitante o A: si sviluppa quando da bambini si è vissuto in presenza di una figura di attaccamento rifiutante o completamente inaccessibile nel rispondere ai bisogni primari (es: genitore depresso, assente per lavoro, malato). Il bambino matura in questo caso una precoce ed eccessiva autonomia, con apparenti manifestazioni di distacco e di rifiuto-di-aiuto, “immunizzante” rispetto alla sofferenza di essere soli. La distanza relazionale diventa uno strumento per controllare queste emozioni e sperare in un contatto riducendo al minimo le richieste. Questo stile si manifesta in età adulta con atteggiamenti di ritiro, di isolamento e sfiducia totale nell’altro. Nelle relazioni emerge una profonda incapacità nel condividere bisogni, emozioni e pensieri in modo libero e autentico. Resta l’idea che l’intimità possa produrre un immediato allontanamento dell’altro e questo viene evitato a tutti i costi.

3 Attaccamento insicuro-ambivalente o C: si sviluppa quando da bambini si è vissuto in presenza di una figura di attaccamento imprevedibile nella sua presenza o capacità di rispondere ai bisogni primari. Quando si è esposti ciclicamente ad esperienze di intimità e improvvise perdite del legame, si sviluppa nel bambino una modalità di attaccamento basata sulla necessità di mantenere costante la vicinanza, sia in condizioni di necessità che in condizioni di sicurezza. Questo provoca sentimenti di colpa o eccessiva responsabilità in caso di rottura del legame. Questo stile si manifesta in età adulta con una fatica nel condividere bisogni ed emozioni in modo autentico e privo di paura, poiché non si riesce a prevedere come l’altro reagirà o meglio si teme l’improvviso abbandono. Resta l’idea illusoria di poter controllare la relazione attraverso la costante negazione dei propri bisogni, riducendo al minimo i rischi di un abbandono, ma oscillando sempre tra bisogno di dipendenza e ostentazione esagerata di autonomia. La colpa eccessiva è il rischio principale in caso di separazione.

4 Attaccamento disorganizzato-disorientato o D: si sviluppa quando da bambini si è sperimentata una condizione di costante minaccia nella relazione di attaccamento, con aggressioni attive o con una grave trascuratezza emotiva (es: genitori maltrattanti, abusanti, abbandono). In questo caso l’obiettivo non è più la ricerca di accettazione o cura, ma la sopravvivenza ad un caregiver minaccioso o pericoloso. La modalità di relazione alterna comportamenti tipici del sistema difensivo attacco, fuga o congelamento con l’obiettivo di “contenere” e ridurre le minacce provenienti dall’ambiente. Questo stile si manifesta in età adulta con una ricerca delle relazioni guidata dalla paura, con un’idea di reale pericolo, ed è condotta con modalità ostili e a loro volta minacciose. Resta l’idea che per sopravvivere nelle relazioni si debba attaccare prima di essere attaccati o che al contrario non c’è nulla da fare, in un mondo che è e resta pericoloso qualunque sia la nostra strategia.

Ogni stile di attaccamento può essere affiancato, in età adulta, da strategie e risorse apprese nel corso dell’esperienza e migliorate dall’incontro con persone significative con cui si riesca ad instaurare legami positivi e funzionali, che danno la possibilità di “rispondere” ad alcuni bisogni rimasti inascoltati e di “costruire”  strategie più efficaci per muoversi nelle relazioni traendone il meglio possibile. 

La psicoterapia è un’esperienza relazionale che può consentire questo cambiamento. Attraverso la comprensione di queste strategie, è possibile modificare o rendere meno automatici i nostri modelli operativi interni. Il cambiamento è possibile, ma solo all’interno di una relazione significativa, protettiva e rispettosa dei limiti relazionali necessari all’esplorazione serena di se stessi e dei propri bisogni.

Nota importante! Le nostre modalità di legarci agli altri non hanno nulla a che fare con l’amore o con la capacità di provare sentimenti profondi, ma solo con il modo in cui comunichiamo questo agli altri e riusciamo a creare con loro un legame autentico, profondo e libero da paure più antiche.

Lorenzini, Sassaroli “Attaccamento, conoscenza e disturbi di personalità.” Raffaello Cortina Editore

Tolleranza emotiva o exit strategy?

Riflessioni contemporanee su come vivere alle emozioni.

Su l’importanza delle emozioni  ho scritto ormai molto, su come sia importante dare loro valore e riconoscerne la funzione di “guida” nel prendere decisioni o nel dare significati agli eventi, siamo ormai in molti d’accordo ….ma quando si parla di emozioni negative, le cose cambiano un po’. Cosa vuol dire “vivere e lasciar scorrere” un’emozione negativa nel presente delle nostre giornate? Cosa implica davvero per il nostro corpo, per la mente e per le nostre relazioni?  In altre parole, siamo così sicuri di saperlo fare come ci raccontiamo?

lucy-rabbia-peanuts-02La crescente capacità di trovare informazioni in modo autonomo su questi temi e la grande reperibilità on line di strategie e metodi per “gestire lo stress” (o più correttamente, le emozioni negative che ne derivano!), sono fondamentali e talora utilissime per affrontare momenti di sofferenza, scelte di vita che ci creano ansia e relazioni che non ci soddisfano. Spesso gli strumenti che troviamo risultano illuminanti e possono davvero aiutare a “svoltare” in una situazione in cui ci sentivamo in stallo e senza mezzi.

Leggere, studiare, informarsi, fare liste di obiettivi, programmare impegni nella giornata, modificare pensieri negativi in pensieri più positivi, lavorare su pro e contro per scegliere meglio, bloccare abitudini disfunzionali e poi ancora stabilire delle routine salutari di vita, prendersi cura di sé, camminare, correre, nuotare, fare massaggi, iscriverci ad un nuovo corso di lingua, di cucina, di ballo, di teatro, di yoga: queste ed altre migliaia di possibilità risultano tutte centrali nel soddisfare i nostri bisogni cognitivi emotivi e di relazione, ci aiutano a mantenere o a recuperare una buona salute fisica e mentale, offrendo valide soluzioni concrete per raggiungere obiettivi importanti: insomma, ci rendono felici e in tempi record!

Le strategia di maggior successo mediatico e che attirano più consensi e curiosità sul web sono divisibili a mio parere in due principali categorie: quelle che agiscono sul corpo e quelle che agiscono sulla mente. Le prime ci aiutano di solito a regolare il nostro livello di energia e mantenerlo ad uno stato desiderabile che ci consenta di portare avanti la nostra giornata; queste strategie suscitano in genere sensazioni fisiche di benessere, di piacere, di forza, di controllo, di padronanza o al contrario di rilassamento, di abbandono delle tensioni, di pace interiore, di un contatto positivo con il proprio corpo. Le seconde ci aiutano invece a regolare la nostra efficienza mentale e a mantenere una buona attenzione, concentrazione, memoria. In genere ci aiutano a sentirci persone più competenti, confidenti, razionali, capaci di risolvere problemi, curiose, piene di interessi, attive. Talora ci offrono anche di più: ad esempio strategie mentali per sostituire pensieri negativi o attitudini mentali pessimistiche, con pensieri nuovi e più funzionali. Ci propongono – in estrema sintesi – di muoverci nel mondo “portando in giro” una nuova idea di noi stessi o una nuova attitudine positiva o un nuovo comportamento, che si rivelano capaci di innescare meccanicamente (ma efficacemente!) un circolo virtuoso che ci aiuta a riacquistare fiducia in noi stessi e speranze per il futuro.

Tutte le strategie brevemente elencate sono solo alcuni esempi di molte “exit strategy” che risultano efficaci nel gestire le emozioni negative e nutrono senza alcun dubbio la nostra resilienza: riducono infatti sentimenti di sopraffazione, di perdita di controllo, di profonda disperazione e ci tengono lontani da comportamenti distruttivi per noi stessi o per gli altri, restituendo un senso di efficacia personale e di padronanza nelle situazioni.

Quando queste emozioni sono davvero intense e soverchianti è ovviamente importantissimo e utilissimo per tutti noi avere ALMENO un modo di stare meglio e in tempi brevi. Ma cosa succede per le altre situazioni? La disponibilità di tutti questi mezzi per ridurre o evitare la sofferenza emotiva, rende davvero poco attrattiva la possibilità di restare in ascolto delle proprie emozioni, soprattutto se negative. Per qualcuno può sembrare una scelta inutile, per un altro una scelta scomoda o pericolosa e forse per qualcun altro addirittura masochistica…..Ma siamo sicuri che non serva proprio a nulla? Siamo sicuri di avere gli strumenti per spegnere tutto, ma proprio tutto quello che ci fa e ci farà soffrire?

Le emozioni negative nella vita quotidiana possono essere ovviamente molte e legate a diverse esperienze comuni: fallimenti, conflitti, responsabilità, problemi economici, malattie, perdite, abbandoni, pericoli, insuccessi, rifiuti, incomprensioni, brutte figure, … Ognuno di noi sarà più sensibile ad alcune situazioni piuttosto che ad altre, e dunque sarà legittimamente soggetto ad avere reazioni più o meno intense e soverchianti in ognuna delle situazioni descritte.

A tutti però vorrei lanciare una riflessione, anzi due:

peanuts-nr-07-evitamentoQuale soglia di sofferenza ci concediamo di attraversare, prima di cercare una soluzione rapida che spenga l’emozione negativa?

Quanto tempo dedichiamo davvero a sostare in un’emozione negativa, prima di ripristinare un buon livello di energia ed efficienza mentale?

Ai prossimi contributi qualche risposta o.. proposta!

Attaccamento e relazioni adulte (II parte)

*** Seconda Parte ***

Oltre al sistema di accudimento e di attaccamento (Leggi precedente articolo: Cosa condiziona le nostre relazioni? Attaccamento e relazioni adulte), come esseri umani, siamo dotati un terzo sistema biologico, molto importante per la nostra sopravvivenza, presente sin dalla nascita e che ci accompagna per tutta la vita, che è il sistema di difesa: si tratta di un sistema biologico più arcaico, che coinvolge l’apparato neurovegetativo e consente di mettere in atto reazioni di emergenza (attacco, fuga, svenimento e freezing) in situazioni di pericolo. Quando siamo molto piccoli le situazioni di pericolo attiveranno dapprima il sistema di attaccamento per richiedere protezione, ma se a questo non ci sarà risposta di cura da parte dell’adulto, allora l’allarme resterà così inteso da scatenare strategie di emergenza.
Ovviamente le condizioni per cui non avviene una risposta di accudimento adeguata possono essere molteplici: l’assenza dell’adulto, la trascuratezza, la difficoltà dell’adulto di sintonizzarsi con le necessità del bambino, la presenza di traumi e lutti che hanno colpito la famiglia o il contesto primario di appartenenza. E’ in queste primissime esperienze relazionali che si creeranno i presupposti dei nostri schemi adulti, che ci renderanno in grado di fidarci e affidarci a l’altro, di costruire una relazione.
Una delle condizioni più critiche per lo sviluppo in età adulta di relazioni affettive positive e soddisfacenti è l’aver vissuto durante l’infanzia in presenza di una figura di riferimento a sua volta minacciosa. In questo caso infatti il sistema di attaccamento si trova di fronte ad un paradosso da cui però dipende la propria sopravvivenza: come chiedere aiuto e conforto alla stessa persona che è fonte di pericolo ? L’esito di questo tipo di esperienze è spesso una “disorganizzazione” del sistema di attaccamento, che anche in età adulta non saprà sintonizzarsi con gli altri in modo armonico e positivo; la paura diventa emozione centrale in questa modalità di attaccamento e resta presente sia nella ricerca di intimità che nella lontananza. Il paradosso del sistema di attaccamento è risolto con il permanere di uno stato di allerta, molto costoso in termini emotivi, ma efficace nel garantire una buon percezione di controllo dell’ambiente e delle persone. Viene chiamata “fobia dell’attaccamento” e spesso è tanto più intensa quanto più il legame affettivo diventa per la persona significativo e importante.
Spesso si pensa a situazioni di violenza fisica, di abuso, di grave esplosività nel contesto familiare o di eventi avversi e traumatici che bloccano la possibilità di uno sviluppo sano e funzionale. Quello che meno spesso emerge, è che “fobia dell’attaccamento” può essere costruita giorno per giorno in contesti familiari che siamo abituati a considerare “normali ” e “sani”, ma che posso contenere elementi di minaccia meno evidenti ma altrettanto insidiosi: un clima estremamente critico e svalutante, la labilità o l’assenza di confini relazionali chiari, con poca possibilità di esprimersi come individui autonomi, o un contesto familiare percepiti come imprevedibile e incostante, rispetto alla capacità di corrispondere a bisogni affettivi importanti.
Senza entrare nel merito della psicopatologia e della diagnosi, è importante riconoscere in clinica come nella vita alcuni segnali di questa “fobia dell’attaccamento” che spesso si manifesta con comportamenti apparentemente incongruenti e irrazionali, che assumono un senso solo nel contesto relazionale in cui vengono manifestati:
–  la paura del legame viene spesso espressa con rabbia e rifiuto, allotanando l’altro e garantendo una distanza che permette di recuperare una maggiore sicurezza, controllo e autonomia;
– al contrario la paura può essere espressa con passività e arrendevolezza, mostrando totale adesioni e dipendenza con l’obiettivo di controllare l’aggressività dell’altro;
– infine la paura può comportare la fuga, l’evitamento della relazione e il ritiro.
A tutti può capitare di usare una di queste strategie in particolari situazioni o contesti di vita, ma quello che succede a chi ha costruito nel tempo una modalità relazionale basata sulla “fobia del legame” è di utilizzare tutte queste modalità in rapida successione e alternanza, mostrandosi talora incongruenti e imprevedibili a loro volta e provocando poi l’effettivo allontanamento dell’altro dalla relazione. Tutte queste modalità sono diretta espressione di un sistema di difesa molto attivo e disfunzionale, che – se non compreso e riconosciuto – rischia di inibire la possibilità di un legame affettivo sicuro basato sullo scambio, sulla fiducia e sulla condivisione emotiva.
Nessun essere umano spaventato è in grado di godere a pieno della presenza, dalla vicinanza e della sintonia dell’altro. Finché sentirà la necessità di difendersi, si difenderà rinunciando a tutto il resto.
Al prossimo contributo strategie e percorsi di cura validi per comprendere meglio questi schemi relazionali.

Cosa condiziona le nostre relazioni?

Attaccamento e relazioni adulte (Prima parte)

E’ esperienza molto comune quella di vivere nelle relazioni per noi importanti conflitti che tendono a riproporsi nel tempo e sempre nello stesso modo. Ad alcuni sarò capitato nella vita di non sentirsi mai capiti profondamente, ad altri di incontrare sempre persone strane,  ad altri ancora di trovarsi sempre soli di fronte alle difficoltà, ad altri di innamorarsi sempre delle persone sbagliate..
A volte le situazioni sembrano così ripetitive da sembrarci una vera e propria congiura!
Tutto quello che ci capita ciclicamente nella vita in periodi e contesti tra loro diversi è di solito fonte di grande sofferenza psicologica e ci lascia talora impotenti e sconsolati. Tuttavia assumendo un atteggiamento più “scientifico” e, se vogliamo, più razionale nei confronti della nostra sofferenza, potremmo iniziare considerare questi fatti  come fonti di informazioni utili su di noi e sulla nostra storia, un modo insomma per conoscerci meglio!
Ma partiamo dal principio.
scimmie attaccL’essere umano, come molti mammiferi, nasce completamente immaturo e bisognoso degli altri per sopravvivere. Nutrimento, conforto e protezione sono completamente delegati agli adulti che ha intorno e questa dipendenza è garantita da due sistemi biologici e innati capaci di attivare rispettivamente nel neonato la ricerca dell’altro e l’espressione dei suoi bisogni – chiamato sistema di attaccamento (John Bowlby)  e nell’adulto le reazioni adatte a soddisfarlisistema di accudimento. La spesso citata “sintonizzazione emotiva” ha a che fare innanzitutto con questa reciprocità biologica e l’attività risonante dei due sistemi oltre che garantire la sopravvivenza, costituisce una primordiale e importantissima esperienza di relazione.
Si inizia qui ad apprendere che i propri bisogni possono essere ascoltati oppure no, che di fronte al pericolo qualcuno interverrà a proteggerci oppure no, che quando stiamo male qualcuno ci soccorrerà, che possiamo esprimere bisogni e paure perché verranno accolte, che non saremo mai lasciati soli, ..
LINUS COPERTANon tutto si giocherà nei primissimi mesi di vita, ma al contrario i due sistemi resteranno attivi a lungo: il sistema di attaccamento si attiverà tutte le volte che il bambino sperimenterà paura o bisogno di cure e quello di accudimento risponderà regolando i bisogni e le emozioni più disturbanti. La capacità di esplorare il mondo e di “allontanarsi da casa” sarà paradossalmente tanto più sviluppata quanto più il bambino sentirà stabile e sicuro il suo legame di attaccamento. Se al contrario la possibilità di accedere al sistema di accudimento sarà intermittente, imprevedibile o addirittura impossibile, il sistema di esplorazione si bloccherà e resterà iper-attivato quello di attaccamento, finché sarà ripristinato il legame.
Questa attività di graduale e reciproca regolazione muove dai bisogni primari (fame, sete, protezione) e si estende alle emozioni primarie (paura, rabbia, tristezza, felicità, disgusto), fino a condizionare via via quelle più complesse (delusione, colpa, vergogna, ..), offrendo un aiuto esterno alla comprensione dei  propri stati mentali, altrimenti difficili da interpretare e comprendere.
Un esempio utile e di facile comprensione è quello delle fobie: nessuno di noi nasce con il terrore dei ragni, poiché si tratta di un animale non necessariamente pericoloso, almeno nelle specie più comunemente presenti nelle nostre case! Tuttavia la percezione di pericolosità del bambino può variare molto in base a come gli adulti intorno a lui hanno reagito alla vista di un ragno: un adulto che prende in mano il ragno e ci gioca, offrirà un’idea di non pericolosità, un adulto che inizierà a gridare o a scappare offrirà un’idea di pericolo, un adulto che porterà via il bambino dalla stanza offrirà forse l’idea che non ci si possa difendere o, più in generale, che non si possano affrontare la difficoltà, …e così via..
Lo stesso meccanismo di apprendimento avviene per la comprensione delle emozioni: può capitare quando siamo piccoli che gli adulti intorno a noi reagiscano alle nostre emozioni negandole, considerandole esagerate, preoccupandosi molto o, nel migliore dei casi, semplicemente accettandole come normali manifestazioni del nostro sentire in quel dato momento. Non sempre tuttavia questo avviene e il susseguirsi di “apprendimenti” negativi legati alle proprie emozioni può compromettere la capacità di comprendere e regolare i propri stati interni . Potremmo cioè diventare – come nel caos dei ragni – fobici verso le nostre stesse emozioni, iniziare a negarle, a giudicarle negativamente o a preoccuparci molto per esse, semplicemente ..perché così ci è stato insegnato!
La comprensione delle proprie emozioni è alla base della costruzione di relazioni adulte positive e soddisfacenti: ci rende capaci di dare e offrire il “nutrimento affettivo” necessario per mantenere un legame per noi importante, ci aiuta a distinguere quello che per noi è fonte di benessere e piacere e quello che invece può essere “tossico” e nocivo alla nostra sopravvivenza emotiva.
Al prossimo contributo riflessioni e strumenti per migliorare le nostre relazioni!

La narrazione in psicoterapia: a cosa serve raccontare esperienze del passato che ci hanno fatto soffrire?

La psicoterapia è un trattamento basato sulla parola.

Ogni tipo di psicoterapia utilizza soprattutto il linguaggio per esprimere, accedere e modificare prospettive di vita, pensieri, emozioni. Nel panorama dei diversi approcci di cura non è raro trovarsi di fronte ad un relativismo estremo: approcci centrati solo sul comportamento, solo sul corpo, solo sulle emozioni, solo sul simbolismo delle parole, solo sull’ascolto silenzioso dell’esperienza dell’altro. Ogni cornice teorica recita e applica i suoi riferimenti, offrendo chiavi di lettura e strategie per conoscere meglio se stessi e affrontare nodi dolorosi della vita attraverso l’acquisizione di nuovi punti di vista. Ma alla fine la parola, la narrazione, il linguaggio assumono in ultima istanza e per tutti un ruolo indubbiamente centrale nel ridefinire una cornice, una nuova consapevolezza e una nuova scoperta su se stessi, qualunque sia stato il mezzo per esplorarsi.

Ma a cosa serve raccontare situazioni del passato che ci hanno fatto soffrire?

snoopy-raccontoNei processi narrativi presenti in psicoterapia un aspetto centrale da conoscere e ri-conoscere è il funzionamento della nostra memoria. Gli eventi traumatici o dolorosi della vita seguono infatti processi di elaborazione e memorizzazione del tutto simili a tutti gli altri eventi di vita, almeno finché questi eventi negativi vengono elaborati in un modo adattivo e funzionale alla nostra evoluzione come individui.  Ma come viene immagazzinato un evento?

Dalla neuropsicologia sappiamo che esistono diversi tipi di memoria, ognuno dei quali è funzionale alla nostra vita e al recupero di informazioni necessarie da utilizzare nel presente. Una prima differenza riguarda memorie dichiarative e memorie non dichiarative (Squire, 1994): le prime riguardano ricordi di eventi personali, di fatti, di informazioni riguardanti il mondo in generale e possono essere recuperate volontariamente, le seconde riguardano invece abilità, abitudini, associazioni emotive e risposte condizionate e sono principalmente memorie implicite, non recuperabili deliberatamente. Ad esempio l’andare in bicicletta può essere presente in entrambi i tipi di memoria, in un caso come ricordo del giorno in cui abbiamo imparato ad andare in bicicletta (mem. Dichiarativa autobiografica), nell’altro come memoria dei movimenti che ci consentono di pedalare senza cadere (mem. Implicita procedurale).

Altro aspetto importante riguarda secondo Tulving (2001) la differenza tra memoria episodica e memoria semantica. I ricordi contenuti nella memoria episodica riguardano avvenimenti accaduti in un determinato luogo, tempo e contesto della nostra vita e riusciamo grazie ad essa a recuperare questi elementi; al contrario la memoria semantica va a costituire le basi della nostra conoscenza su noi stessi, sugli altri e sul mondo, e non necessita di un evento di vita specifico o dell’esperienza. Sappiamo che in Africa ci sono i leoni senza essere necessariamente andati lì a vederli con i nostri occhi! Entrambe queste memorie possono entrare in gioco rispetto allo stesso evento di vita: possiamo ricordare ad esempio singoli eventi positivi della nostra vita professionale attivando una memoria episodica di quelle situazioni, o possiamo accedere ad una conoscenza di noi stessi come persone di successo e competenti senza recuperare volontariamente tutti gli episodi che a questo sono legati. E qui le cose iniziano a complicarsi un po’!

Infine la memoria episodica permette alla persona di accedere ad un altro tipo di informazioni: le rappresentazioni percettive sensoriali connesse ad eventi specifici. Il recupero di questi aspetti dei ricordi non può riguardare tutti gli eventi della nostra vita quotidiana, ma riguarda certamente eventi di vita vissuti con un’alta intensità emotiva, tali da rimanere “codificati” nella mente come eventi significativi. Recuperando il ricordo dell’ultima volta che abbiamo fatto la spesa non riusciremmo forse a riportare alla memoria sensazioni fisiche, odori e suoni di quella situazione (sarebbe un dispendio di energie troppo alto!), mentre riusciremo più facilmente a rivivere sensazioni e percezioni  della nostra prima “cotta”, anche a distanza di molti anni!

Tutti gli eventi significativi della nostra vita vengono archiviati in modo armonico nei diversi “magazzini” della memoria ed è importante poter accedere a tutti i diversi livelli e aspetti dei ricordi. Gli eventi molto negativi e traumatici tuttavia a volte rischiano di non essere elaborati nel modo per noi più adattivo possibile e faticano a venire “archiviati” regolarmente. Quando questo accade, i ricordi negativi possono lasciare frammenti sparsi di diversi aspetti dell’evento, frammenti che possono riaffiorare come pensieri negativi, immagini intrusive, sensazioni fisiche sgradevoli. Può emergere ad esempio il ricordo solo semantico di un evento molto negativo (ad es: “sono in pericolo”, “non valgo niente”, “sono un fallito”, “non farò mai niente nella vita”, “sono un debole”), ma non il ricordo episodico ad esso collegato (incidente, abuso, umiliazione, violenza fisica o verbale); possono emergere al contrario sensazioni fisiche intense di paura, dolore o irrequietezza in particolari situazioni che elicitano dei ricordi presenti nella memoria implicita, senza che vengano volontariamente collegati ad alcun ricordo della memoria dichiarativa o episodica. Possono comparire immagini intrusive o flash back dalla memoria episodica, in momenti di assoluta serenità. In tutti questi casi e in molti altri, questo tipo di  incongruenze può indicare la presenza di un ricordo non completamente e correttamente elaborato dalla nostra mente e la scarsa fluidità dei processi di memoria emerge solitamente attraverso il linguaggio, le parole, le espressioni prosodiche e le descrizioni che facciamo degli eventi.

Il racconto condiviso della propria storia in psicoterapia può aiutare a mettere in luce proprio queste incongruenze e a rintracciare tutti i frammenti sparpagliati nella memoria allo scopo di ricostruire un puzzle coerente e completo di quello che è accaduto, di bello e di brutto, nella vita. Recuperare i ricordi negativi e ri-collocarli in uno spazio e in un tempo definiti, aiuta a ridurre il loro potenziale traumatico nel presente, aiuta a separare ciò che è stato da ciò che è o potrà essere nel futuro, aiuta a dare loro un senso e un significato personale.

Ecco il cuore del processo terapeutico: dare senso e significato ad una storia attraverso il recupero del suo racconto, costruire una mappa nuova e completa del passato e lasciare a quei ricordi negativi un traccia da seguire per abbandonare luoghi oscuri e inesplorati della mente e raggiungere spazi più luminosi e accoglienti, in cui possano finalmente trovare uno luogo di quiete e, forse, di oblio.

Liberamente tratto da:

Schauer, Neuer, Elbert, Terapia dell’esposizione narrativa. Un trattamento a breve termine per i disturbi da stress post-traumatico. Giovanni Fioriti Editore (2014)

Stress psicologico da alte temperature!

Sono giorni duri per chi vive in città, lontano dalla brezza del mare o dall’aria leggera della montagna…

Stiamo assistendo in molte città italiane ad un innalzamento storico delle temperature e nelle ultime settimane il caldo e le strategie di sopravvivenza sono diventate argomento ingombrante in famiglia, tra gli amici, per strada, al supermercato e in tutti i luoghi in cui ci capita di vivere la nostra giornata. “L’ossessione” per il caldo (perdonate l’uso non clinico del termine) ha raggiunto una diffusione tale, tra persone e media, da meritare una riflessione psicologica per esplorare quali possano essere le ripercussioni psicologiche che tutti noi stiamo evidentemente subendo.

Per molti le alte temperature di questi giorni hanno innanzitutto effetti fisiologici importanti: sudorazione intensa, abbassamento di pressione, nausea, mal di testa, sensazione di affanno, tachicardia, gambe pesanti, giramenti di testa, bocca secca, spossatezza. Tutti questi effetti sono già sufficienti a creare un certo grado di malessere psicologico e di generale disagio in molti contesti sociali. Sudare in pubblico, sentirsi stanchi al mattino, fatica a concentrarsi in ufficio. Per chi è ansioso o per chi in generale pone molta attenzione ai segnali del corpo, alcuni dei “sintomi del caldo” sopracitati possono somigliare inoltre a sintomi d’ansia e generare un discreto stato di allarme. Ad esempio in persone che hanno vissuto l’esperienza del panico, alcune di queste reazioni fisiologiche possono facilmente essere mal-interpretate come “panico”, piuttosto che come “effetto normale delle alte temperature”. La mente va veloce, quindi  può essere utile fermarsi un attimo! Proviamo ad osservare il corpo, a riconoscere l’effetto che il caldo intenso sta producendo e cerchiamo un luogo fresco o con aria condizionata, prima di entrare in allarme..

Per chi è incline a vivere sbalzi d’umore, il caldo intenso e le sensazioni ad esso associate, possono richiamare invece pessimi ricordi e generare pensieri e sensazioni negative: sentirsi senza energie, non avere voglia di fare niente, sentimenti di impotenza, riduzione dell’appetito, brusca riduzione dell’interesse nelle attività piacevoli. Tutto questo può generare preoccupazione in chi ha vissuto ad esempio periodi di depressione, può innescare pensieri negativi su di sé e sulle proprie capacità e alimentare un circolo vizioso che aumenta il pessimismo ….quindi attenzione! Proviamo a considerare per un attimo i nostri vissuti valutando l’impatto che il caldo realmente sta avendo sul nostro livello di energia e sulle nostre risorse mentali. Forse varrà la pena innanzitutto aiutare il corpo a “tirarsi su”, mangiare molta frutta e verdura, bere molta acqua e se necessario assumere integratori di sali minerali, prima di rischiare di scivolare in veloci e catastrofiche autodiagnosi o innescare uno vero e proprio stato depressivo.

Chi al contrario è abituato a vivere con un umore “sopra le righe”, a riempire la giornata con molte attività, a non sentirsi mai stanco, a vivere tutto con molta energia ed entusiasmo, potrà vivere male gli effetti del caldo sul nostro comportamento e sulle attività quotidiane. Potrà forse vivere con rabbia questa insolita carenza di energie e gli invitabili effetti fisiologici. Il rischio è di diventare forse insofferente, insoddisfatto, irritabile, agitato. Per chi vive queste sensazioni forse vale la pena provare a rallentare. Ma sappiamo che non è per tutti facile fermarsi, ascoltare il corpo e accettare una temporanea riduzione di efficienza!

Infine c’è l’insonnia che in molti staranno vivendo a causa del caldo. Riposare bene è fondamentale per il nostro benessere psicologico. Per alcuni dormire male, poco o troppo, può determinare veri e propri sbalzi d’umore, irritabilità, sintomi d’ansia, per altri problemi di concentrazione, faticabilità, sonnolenza diurna, ma per tutti il sonno è fondamentale per mantenere un buon livello di energia fisica e mentale, una buona memoria, una buona concentrazione e uno stato di migliore integrazione tra il corpo e la mente.

Certamente ci sarà qualcuno che starà vivendo senza sofferenze e ripercussioni psicologiche questo anomalo innalzamento delle temperature, ma per tutti gli altri suggerisco qualche esercizio di rilassamento che possa aiutare ad arrivare forse più sereni alle ferie!

Scarica qui i file pdf con le indicazioni da seguire:

Esercizio Rilassamento 1 , Esercizio Rilassamento 2

AVVERTENZE!

Gli esercizi possono aiutare a ridurre l’arousal fisiologico e abbassare temporaneamente la temperatura corporea, ma non quella esterna!
Trovare un momento di calma e serenità, altrimenti può essere difficile trarne beneficio e conviene rimandare ad un altro momento.
Provare più volte, perché non è subito facile praticare esercizi di questo tipo se non si è mai provato ad usarli con una guida.

Il regno d'inverno (2014) di Ceylan – Recensione

Il narcisismo sommerso

Una fotografia meravigliosa dipinge sulla pellicola ogni momento della storia e dona forza espressiva al mondo che il regista turco Nuri Bilge Ceylan, vincitore della Palma D’Oro a Cannes nel 2014, ha di nuovo scelto di rappresentare.

Locandina "Il regno d'inverno" di Nuri Bilge Ceylan (2014)
Locandina “Il regno d’inverno” di Nuri Bilge Ceylan (2014)

“Il regno d’Inverno” fa respirare i suoi protagonisti nel freddo e nella desolazione di uno sperduto villaggio dell’Anatolia, mentre lascia ardere dentro di loro un irrinunciabile bisogno di calore, di vita. Il grigio della terra nel paesaggio intorno, contrasta con il giallo intenso delle piccole lampade che illuminano l’interno delle case, il vento gelido che porta una neve ostile e minacciosa, si oppone al calore dei camini e delle stufe a legna che scaldano le stanze. Un mondo turco certamente diverso dall’immaginario più noto e colorato di Istanbul, in cui la durezza dell’ambiente impone le sue regole e determina l’evoluzione stessa dei suoi protagonisti.

Aydin (Haluk Bilginer) è un ex attore di teatro e intellettuale decadente, che a seguito della morte dei genitori eredita un grande albergo scavato nella roccia in un piccolo villaggio dell’Anatolia, l’Othello. Accetta di proseguire il lavoro del padre con spirito di sacrificio e rassegnazione, pur godendo dei privilegi che la sua eredità gli consente di avere in una terra così povera e difficile. La gestione economica delle molteplici proprietà tuttavia lo imbarazza e se ne distanzia mostrando disinteresse per gli affittuari inadempienti e delegando al suo uomo di fiducia, Hidayet (Ayberk Pekcan), i conflitti e lo loro risoluzione. Aydin osserva il mondo dal suo studiolo, mentre il vento batte sul vetro della piccola finestra annunciando l’arrivo dell’inverno; dedica le sue giornate alla scrittura di piccoli saggi su un giornale locale e insegue il sogno di scrivere un grandioso volume sulla storia del teatro turco per offrire finalmente al mondo una ricostruzione eccellente e dettagliata sul tema, a suo parere assente nei volumi fino ad oggi scritti. Insieme a lui vive nel grande albergo di pietra la giovane moglie Nihal (Melisa Sozen), bella e annoiata, che cerca di uscire dalla monotonia di giornate tutte uguali impegnandosi nella raccolta di fondi per le scuole dei villaggi vicini. Le sue emozioni sono appena accennate e sempre mascherate da una tranquillità controllata e fragile: vive un conflitto grande tra la dipendenza economica, comoda e necessaria, e il desiderio di cercare una sua identità autonoma, per la quale servono coraggio e determinazione. Nihal è caduta nella rete delle fascinose promesse di un attore maturo e innamorato della sua giovinezza, e ha offerto in cambio le sue emozioni vitali e la sua completa dedizione. Salvo poi scoprire, dietro l’attore, l’uomo e il suo cuore sofferente e impietrito. Con loro vive la sorella di Aydin, Necla (Demet Akbag), reduce da una separazione con un marito alcolista e insieme al fratello ereditiera de l’Othello, in cui sceglie di andarsi a rifugiare. Necla si trascina da un divano all’altro, leggendo libri e pontificando sul valore dei rapporti umani, sul significato della religione e su come sia opportuno affrontare il male nel mondo. I suoi pensieri di grande respiro e ricerca filosofica, finiscono spesso però per trasformarsi in invettive cieche e personali, rivelando la sua rabbia e la sua impotenza, contro coloro che restano i suoi unici interlocutori e affetti: il fratello e Nihal.

L’immagine delle case e dell’albergo incastonati nella roccia sembra ben descrivere le loro emozioni: tutti vengono da un passato pieno di passioni, Aydin dal teatro, Necla dal suo focoso matrimonio, Nihal dalla sua giovinezza ingenua e piena di speranze, ma i loro cuori appaiono sbiaditi e duri come la roccia che li avvolge. Solo nella solitudine delle loro stanze ritrovano quelle passioni e le coltivano segretamente, ma quando d’inverno la neve scende a ricoprire pesante i tetti, le strade, le valli, i turisti vanno via insieme alla tranquillità e alla curiosa vitalità che li ha portati lì. Solo allora l’isolamento e l’immobilità lasciano emergere le ombre che si nascondo dietro quelle lunghe e illuminanti conversazioni sul destino del mondo..

Aydin è un narcisista. Bisognoso di un pubblico che lo ammiri e che da lui dipenda. “Il suo mondo è piccolo ma almeno è lui il re” e questo basta a permettergli di esprimere critiche e giudizi taglienti, mantenendo un sorriso paterno e uno sguardo compassionevole verso i suoi sudditi. Più furbo e controllato della sorella, Aydin cerca di nascondere il suo profondo bisogno di riconoscimento e la sua necessità di essere compiaciuto, indossando la maschera della benevolenza e portando in giro una versione di sé umile e trasandata. E’ quello che verrebbe definito un narcisista covert , “sommerso”:  la grandiosità, l’esibizionismo, l’ambizione e il bisogno di ammirazione, vengono espressi attraverso la maschera della fragilità, dell’insicurezza, della vulnerabilità e dell’aperta autocritica. Ma la sensibilità al giudizio e il terrore del confronto con gli altri, smascherano il cuore della sua personalità e lo fanno emergere per quello che è: bramoso e spietato predatore delle debolezze altrui.

Ha imparato dalla sua infanzia fredda e silenziosa, che bisogna cavarsela da soli e che non c’è tempo per le emozioni. Sono cose da nevrotici, egocentrici e infantili, come Nihal.

Nessuno conta davvero per lui. Nessuno lo conosce mai davvero. Ma non importa. Nonostante le grandi capacità di introspezione, le relazioni sono per Aydin un mondo ancora incomprensibile, ma di cui sa di avere assoluto bisogno. La fuga solitaria si rivela una corsa verso il nulla, la sua libertà è possibile solo stando vicino allo sguardo di chi lo osserva e ammira.

Resta il re solo finché ha dei sudditi. Fuori da questo è un uomo comune, che aspetta un treno per Istanbul in ritardo di un’ora, in una stazione fredda e desolata dell’Anatolia. Invisibile come tanti, intollerabile per se stesso.

Allora torna sui suoi passi, si dà un tono con una fortunata battuta di caccia. Rispetto a quel vuoto sente il bisogno urgente di un legame forte che lo riporti letteralmente alla vita. Poco importa se per farlo ha bisogno di mostrarsi di nuovo fragile, solo e umile. Poco importa se Nihal non lo ama più. La sua presenza e vicinanza gli bastano a ritrovare se stesso e rimettersi a scrivere il suo sogno grandioso.

E’ inverno e Aydin è di nuovo l’unico Re del suo regno.

winter sleep stazione

Resilienza e risorse personali: affrontare le negatività!

Non esistono due modi identici di reagire alla stessa situazione, positiva o negativa che sia.

Ognuno di noi arriva a quella situazione con una storia, con delle idee, emozioni e valori. Ognuno di noi ha il suo modo di chiedere o non chiedere aiuto.Ognuno di noi ha il suo modo specifico di cavarsela da solo.Ognuno di noi manifesta a suo modo agitazione e rabbia. Felicità e tristezza. Divertimento o noia. Ognuno di noi ha il suo modo particolare di restare immobile di fronte agli eventi.

Un-fiore-nella-rocciaNel tempo molti studiosi si sono occupati di studiare ed approfondire dettagliatamente i fattori che scatenano nell’uomo ferite e traumi emotivi, in tutte le età, con particolare attenzione all’infanzia. Quello che meno è stato oggetto di studio e di approfondimento è invece ciò che ci porta naturalmente a sopravvivere agli eventi negativi, a resistere, a trovare soluzioni, ad andare avanti nella vita.

La resilienza, insomma. Ma di che si tratta?

Sono state date diverse definizioni del termine “resilienza”, eccone alcune. In fisica la resilienza è la proprietà di un metallo di non spezzarsi, ma di acquistare una nuova forma dopo aver ricevuto un colpo non così forte da provocarne la rottura. Il termine resilienza comprende quindi il concetto di resistenza all’urto, di flessibilità, ma anche di malleabilità , intesa come capacità di cambiare forma, di adeguarsi alle situazioni mutevoli, di adattarsi. Nell’uomo la resilienza produce, di fronte agli stress e ai colpi della vita, risposte flessibili e funzionali che si adattano alle diverse circostanze e alle esigenze del momento, tanto che si può scoprire di avere questa qualità anche solo in un momento di emergenza, trovando dentro di sé forze innate che non si pensava di avere (Fernandez, Maslovaric 2011). Quando si parla di individui resilienti non si fa tuttavia riferimento a persone che possiedono il gene dell’invulnerabilità o dell’eroismo, ma piuttosto di persone che sono capaci di attraversare il dolore e le emozioni negative, che hanno le risorse per sentirle prima ancora che di affrontarle e che accettano la possibilità di soffrire nel presente, per trovare solo poi una soluzione positiva nel futuro.

La persona resiliente è orientata all’evoluzione, piuttosto che alla staticità a tutti i costi!

La persona resiliente conosce se stessa nelle situazioni migliori e in quelle peggiori, riconosce e accetta i propri limiti e risorse in modo sufficiente per sapere come muoversi nel mondo.

La persona resiliente ha l’inarrestabile tendenza a “salvare il salvabile”, a resistere di fronte alle avversità.

Secondo uno studio del 1999 del National Institute of Mental Health (NIMH) le caratteristiche di una persona resiliente sono: essere naturalmente socievole, coscienzioso, disponibile, emotivamente stabile e intelligente. Mentre le capacità apprese di risposta agli eventi critici che garantirebbero un buon grado di resilienza sono state identificate nella convinzione di poter influenzare gli eventi in corso e quindi di poter assumere un atteggiamento attivo e proattivo per agire in modo concreto; nella capacità di sentirsi profondamente appassionati e coinvolti nelle situazioni negative da affrontare; nel viversi come protagonista, al centro delle proprie decisioni  e con il “potere” di scegliere, nei limiti personali e ambientali, i modi per raggiungere le proprie mete.

La resilienza, come molte delle nostre capacità, non è tuttavia stabile nel tempo.

Può variare, anche molto. Può crescere o diminuire e si nutre di alcune importantissime variabili: la stima di sé, l’affetto e l’amicizia, la scoperta del senso della vita e l’impressione di poter controllare la propria esistenza (Vanistendael, 2000).

Ovviamente le caratteristiche che rendono ognuno di noi più o meno resiliente si intrecciano alle relazioni affettive della nostra vita, al contesto sociale in cui viviamo e all’esposizione a situazioni traumatiche: tutte queste variabili possono alterare molto le nostre predisposizioni caratteriali.

L’idea forse centrale nella resilienza è che queste caratteristiche possono essere recuperate, se perse, potenziate e favorite da nuove situazioni di vita, da nuove relazioni e dal nostro stesso metterci positivamente in gioco tutte le volte che ne abbiamo la possibilità.

Liberamente tratto da: “Traumi psicologici, ferite dell’anima” (2011), di Isabel fernandez, Giada Maslovaric, Miten Veniero Galvagni.

 

Disturbo Bipolare: trattamento e psicoeducazione.

Il “Manuale di Psicoeducazione per il disturbo bipolare” di Colom e Vieta (2004) offre uno strumento molto efficace per affrontare e comprendere uno dei disturbi psichiatrici più complessi e, se non trattati, invalidanti per i pazienti che ne soffrono.

I disturbi dell’umore, di tipo bipolare, sono caratterizzati dalla presenza di un deficit a carico del sistema limbico dei meccanismi che regolano l’umore e la capacità di adattarsi in modo armonico e funzionale ad eventi esterni positivi o negativi. L’alterazione riguarda la produzione di neurotrasmettitori specifici (dopamina, serotonina, noradrenalina, acetilcolina) che sono fondamentali nel determinare le nostre reazioni emotive e la successiva capacità di ripristinare l’omeostasi corporea e affettiva. In condizioni normali il sistema limbico funge da “termostato” e segnala la necessità di incrementare l’umore, le attività, l’energia per affrontare alcune situazioni o di ridurre l’investimento energetico, le performance e la velocità con cui ci muoviamo e prendiamo decisioni per meglio adattarsi alle nostre necessità. Nei disturbi bipolari questo meccanismo è talora deficitario e inefficace nel consentire una buona regolazione degli stati affettivi, delle emozioni e delle scelte che ne derivano.

manuale colom vietaChi soffre di disturbo bipolare tende a vivere lunghi periodi di umore depresso, caratterizzato da pensieri negativi, stanchezza fisica, anedonia, astenia, insonnia, ansia, che si alternano a periodi mania, caratterizzati da una espansività emotiva, pensieri di grandiosità, incremento delle attività quotidiane e delle performance fisiche e lavorative, ridotto bisogno di sonno, tachipsichismo e talora ansia e aggressività associate. Tutti noi ci troviamo a vivere periodi simili a quelli descritti finora, magari quando eventi di vita stressanti condizionano il nostro umore o semplicemente abbiamo giornate “no” o giornate in cui sentiamo una particolare energia positiva. Tuttavia le condizioni per porre una diagnosi di disturbo bipolare riguardano alcuni aspetti importanti di queste fasi, quali durata, intensità e compromissione delle normali attività quotidiane, che possono aiutare a differenziare un normale andamento dell’umore da un’alternanza problematica di stati affettivi opposti. Anche l’abuso di sostanze psicotrope o la presenza di alcune patologie organiche possono causare sintomi simili al disturbo bipolare (ad es: ipo o iper tiroidismo, assunzione di farmaci, ipertensione,..), dunque solo uno specialista può porre questa diagnosi, valutando attentamente la presenza di eventuali eventi di vita scatenanti, la storia clinica specifica e l’anamnesi del paziente in consultazione.

(Per maggiori informazioni sui principali sottotipi di disturbi dell’umore, clicca i link di seguito: Disturbi depressivi unipolari disturbi bipolari.)

Ma tornando al manuale, l’idea principale che guida gli autori riguarda un concetto importantissimo e non sempre da tutti condiviso: il diritto ad essere informati, come primo passo per un percorso di cura. Quello che sarebbe un diritto inviolabile di ogni paziente, non solo in psichiatria, ma in tutte le branche mediche, diventa per gli autori molto di più: diventa esso stesso uno strumento di comprensione e di cura in grado di aiutare le persone a gestire un disturbo così complesso, riducendo sintomi e ricadute in modo significativo. Questo determina il miglioramento del decorso, poiché ormai si sa il disturbo bipolare non trattato tende a peggiorare negli anni – sia rispetto all’intensità  alla durata delle fasi che rispetto ai sintomi manifestati – fino a provocare grave menomazione della vita del paziente.

Il percorso che propongono gli autori e un programma di gruppo, composto di 21 incontri da 2 ore ciascuno, in cui 8-12 pazienti vengono informati e guidati nella comprensione dei disturbi dell’umore, dapprima con nozioni generali e poi successivamente con l’apprendimento di tecniche personalizzate per la comprensione della loro specifica condizione clinica. Tutti i partecipanti al gruppo, sono seguiti farmacologicamente da un medico psichiatra e devono necessariamente trovarsi in una fase eutimica del tono dell’umore, di equilibrio tra depressione e mania.

Di seguito in sintesi gli obiettivi delle diverse sedute del trattamento di gruppo, che possano essere un riferimento a terapeuti che vogliano intraprendere un lavoro terapeutico i questo, ma anche a utenti che abbiano ricevuto questa diagnosi e vogliano fare richiesta di una trattamento di gruppo così orientato nella loro zona.

Prime sei sessioni – Blocco 1:  Coscienza di malattia

– che cos’è la malattia bipolare?
– Fattori scatenanti ed eziologici?
– Sintomi mania? Sintomi depressivi?
– prognosi e decorso
Blocco 2: Aderenza farmacologica
trattamenti a disposizione oggi
– analisi necessarie (litio, carbamazepina,..)
– gravidanza, consulenza genetica
– terapie alternative
– rischi associati all’interruzione del trattamento
Blocco 3:  Abuso di sostanze
effetto delle sostanze psicoattive nel peggioramento della malattia
– effetti diretti delle sostanze sul manifestarsi del disturbo
– sostanze da evitare
Blocco 4: Individuazione precoce nuovi episodi
– segnali  prodromici di mania e depressione
– cosa fare se si riconosce l’inizio di un nuova fase
Blocco 5:  Regolarità dello stile di vita
regolarizzare sonno, alimentazione, attività fisica
– tecniche per il controllo dello stress
– strategie di soluzione dei problemi
– migliore gestione dell’emotività

Stress post-traumatico: come riconoscerlo?

Sempre più spesso si sente parlare di Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) e la sua presenza in film e telefilm è quasi sempre associata ad ambienti militari, situazioni di guerra o a grandi catastrofi naturali.

Immagine tratta dal film "Valzer con Bashir" di Ari Folman (2008)
Immagine tratta dal film “Valzer con Bashir” di Ari Folman (2008)

“(1) Aver vissuto o aver assistito a uno o più eventi che hanno implicato morte o minaccia di morte o grave minaccia all’integrità fisica propria o altrui e (2) aver provato di fronte a tali eventi intensa paura, impotenza e orrore” (DSM IV) sono le due condizioni necessarie per determinare la diagnosi di disturbo da stress post-traumatico. Oltre alle guerre e alle catastrofi, vengono in mente allora molte situazioni traumatiche e spesso più frequenti nella vita quotidiana e nell’esperienza clinica: violenze, fisiche o verbali, ricevute o assistite, incidenti, aggressioni, interventi chirurgici, lutti solo per citarne alcuni.

I sintomi più celebri, nonché i più frequenti per parlare di DPTS, sono i flashback degli eventi traumatici, rivissuti nel presente in modo vivido e spesso molto realistico, tanto da sembrare vere e proprie allucinazioni. Seguono poi insonnia, incubi, irritabilità, stato costante di allerta, difficoltà di concentrazione, deficit di memoria, eccessiva reattività a stimoli non pericolosi o neutri collegati in qualche modo all’evento traumatico. Tutti i “sintomi” descritti, sono in realtà NORMALI REAZIONI ad eventi traumatici che hanno in sé le caratteristiche sopra descritte, quando tuttavia compaiono per un periodo di tempo prolungato possono causare eccessivo malessere e l’assunzione di condotte invalidanti per la vita di chi ne è affetto e dei suoi familiari. Riconoscere tempestivamente i sintomi e intervenire con terapie adeguate costituiscono ovviamente elementi cruciali per una buona prognosi.

Ma continuiamo sui sintomi più frequenti per imparare a riconoscerli…

Oltre alle reazioni descritte, ce ne sono alcune meno note che mi preme descrivere, poiché molto più frequenti nell’esperienza comune di coloro che soffrono di stress post traumatico e ugualmente spaventanti, se non ri-conosciute come tali.

Senso di irrealtà: sensazione di essere in un film o in un sogno, di osservare la realtà da sotto una campana di vetro, di non essere appieno dentro al situazione, di sentirsi distaccati, disinteressati a quello che succede intorno —– spesso confuso come semplice attacco i panico, se si presenta come unico sintomo.

Reazioni fisiche intense: nausea, difficoltà di digestione, stanchezza cronica, spossatezza —– spesso confuse con malattie organiche, attacco di panico o ipocondria.

Vulnerabilità: sentirsi più esposti può determinare un pervasivo timore per il futuro o la scomparsa di interesse per attività prima considerate fondamenti della propria vita (lavoro, attività sportive, hobby..). Questi cambiamenti hanno ripercussioni relazionali anche gravi, con familiari e amici —- spesso associato a sintomi depressivi primari o ad aspetti di personalità problematici.

Pensieri intrusivi: pensieri catastrofici che arrivano improvvisamente mentre si sta lavorando o mangiando o guidando l’automobile. Sono spesso collegati all’evento traumatico vissuto, ma la loro comparsa imprevedibile li fa percepire come fuori controllo. —- spesso associato ad ansia generalizzata.

Significato della vita: spesso chi ha subito un forte trauma inizia a farsi domande sul senso della vita, sul perché esistiamo, tutto diventa incerto, tutto perde di senso e le certezze possedute sembrano irrecuperabili dopo la traumatizzazione. —- spesso associato a sintomi depressivi primari (ruminazione).

NB: Spesso i sintomi non compaiono immediatamente dopo il trauma, ma possono manifestarsi alcuni mesi dopo o talora diversi anni dopo, al presentarsi di un nuovo evento traumatico o di una situazione che riporti alla memoria l’evento del passato. Questo quadro clinico richiede ovviamente una dettagliata raccolta anamnestica ed eventualmente l’utilizzo di tecniche mirate a recuperare i ricordi antichi collegati ai problemi attuali. Una volta identificata l’origine traumatica dei sintomi, la prognosi diventa migliore grazie alle molte e validate tecniche terapeutiche (es. EMDR) ad oggi ampiamente utilizzate nella cura del DPTS.

La diagnosi e il trattamento necessitano in ogni caso dell’attenta valutazione di un clinico e in nessun modo la lettura delle informazioni fornite in questo articolo può sostituirsi alla consultazione con uno specialista. I sintomi descritti possono aiutare a leggere in modo più preciso, alcune sensazioni comuni che altrimenti possono restare incomprensibili e “spaventose” per chi si trova a viverle.

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LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino

grande-bellezza-verdone-e-servilloIl vestito più bello per coprire un corpo svuotato, segretamente preoccupato di non essere all’altezza dell’abito che porta e minacciato dall’implacabile occhio degli altri, pronti a coglierlo in fallo: la grande bellezza sembra allora l’unica maschera possibile per tutti i personaggi.

Nel suo ennesimo incredibile lavoro, Sorrentino riesce di nuovo a descrivere una fetta di umanità in modo profondissimo, senza descriverla affatto.  Gli dà vita, la lascia libera di raccontarsi nel modo peggiore, ma osservandone sempre le sofferenze e contraddizioni.

Seguire Servillo mentre cammina e fuma sul lungotevere alle prime luci dell’alba e poter sentire quello che sta pensando è il vero miracolo che un bravo sceneggiatore riesce a realizzare.

Nessuna parola, solo l’intuizione nascosta dietro quei passi.

Tra la moltitudine di considerazioni possibili, mi ha colpito una caratteristica del modo che ha Sorrentino di raccontare le cose, per via forse del legame che colgo con il mio lavoro: l’ammirazione e il profondo rispetto per le storie. Il grottesco viene rappresentato continuamente a delineare l’esteriorità dei personaggi, senza però che mai il contatto emotivo con loro che lì si muovono venga meno all’attenzione di chi osserva.  Gep e i suoi amici intellettuali, sembrano rappresentare un gruppo di “sfumature”, di possibili reazioni al tirannico terrore di non avere valore, di non appartenere, di non essere.

Un senso di inadeguatezza aleggia tra i commensali, mentre la regia ce lo mostra delicatamente, senza volerlo affrontare a viso aperto, né esporlo ad un terribile e definitivo giudizio.

Essere un bluff è quello che nessuno mai vorrebbe scoprire di sé e Sorrentino sembra intuirlo bene e perciò se ne tiene alla larga, più interessato all’analisi e alla comprensione delle umane paure.

Una volta un amico mi ha raccontato quello che per me è stata una rivelazione assoluta: nella stesura di una buona sceneggiatura, le storie di ognuno dei personaggi vengono immaginate e scritte per intero, soprattutto la parte delle loro storie che nel film non compare. Viene creata a posteriori una vera e propria storia di vita: viene immaginata e descritta la famiglia, che tipo di madre o che tipo di padre può aver avuto quel personaggio, se ha o no dei fratelli e che rapporti li legano, quali sono stati i principali eventi della sua vita. Viene scritto dove e perché quel personaggio ha imparato a reagire così alla gioia o al dolore, viene scritto come e quando ha scelto quel particolare modo di camminare, di parlare, di vestirsi e di muoversi nel mondo. La sua storia viene insomma pensata e scritta in modo dettagliatissimo, per restare poi solo nella mente di chi racconta. Se infine qualcosa nella storia risulta incoerente è possibile che sia il personaggio a doversi adattare, a dover “giustificare” la dissonanza rispetto alla sua storia.

Una scoperta per me entusiasmante!

Ecco, la potenza de La grande bellezza sta per me proprio qui: nella sensazione chiara e forte che ogni personaggio sia portatore di un percorso, di una storia che viene da lontano e di cui sceglie di condividere solo una parte, sperando intimamente che non venga giudicata.

Il film diventa allora una “finestra” sulla vita di quel personaggio, un momento che ci è concesso di osservare in silenzio.

A cosa servono le emozioni?

Gli scopi del nostro sentire.

Le emozioni, ormai lo sappiamo, sono segnali importanti che orientano il nostro agire e l’agire di chi ci osserva (vedi precedente contributo su Corpo ed Emozioni). Senza sentire e riconoscere le emozioni che stiamo provando, resteremmo probabilmente immobili di fronte ad un pericolo, impassibili davanti ad un amico che soffre o imperturbabili nel affrontare una prova per noi importante.

Tutto questo può succedere in ogni caso, ma quelle su citate posso essere reazioni ad un’emozione non completamente chiara o riconosciuta, oppure semplicemente il risultato di una scelta consapevole dettata da altri scopi, che non sono i più evidenti o comprensibili, la sopravvivenza, la conservazione della specie o la capacità di prepararsi di fronte ad una sfida.

L’avere una coscienza, qualunque cosa essa significhi, ci permette di ragionare sulle nostre emozioni, talora di decidere volontariamente di non considerarle o al contrario di considerarle l’unica chiave possibile per comprendere il nostro agire.

L’essere umano oscilla spesso tra razionalità estrema e rivendicazione della libertà ad essere impulsivi, spesso senza essere consapevoli, da nessuna delle due posizioni, di che ruolo abbiano le nostre emozioni, in un dato momento, contesto e relazione.

E così per alcuni arrabbiarsi sarà sempre inutile, per altri sempre necessario, per alcuni piangere sarà sempre inevitabile, per altri mai accettabile, per alcuni avere paura sarà un’esperienza quotidiana, per altri una condizione mai (consapevolmente) sperimentata. 

Una possibile cornice comune, per capire che ruolo hanno le nostre emozioni e l’importanza del saperle riconoscere, al di là del nostro modo soggettivo e personalissimo di manifestarle, è quella degli SCOPI.

Quali scopi sono sottesi alle emozioni principali?

Quali emozioni esplodono se uno o più degli scopi che abbiamo vengono impediti?

La cornice proposta è quella evoluzionistica, non solo in termini di sopravvivenza della specie, ma soprattutto in relazione all’agire umano all’interno di un contesto innanzitutto sociale, collettivo e condiviso da tutti. Alcune emozioni sono più legate a scopi primari, legate cioè alla nostra sopravvivenza, altre sono legate a scopi sociali, altrettanto importanti poiché legati al nostro “stare nel branco”- nel gruppo di appartenenza – e ci garantiscono di mantenere una buona immagine e di definire il nostro ruolo all’interno del gruppo.

Sia le emozioni negative che quelle positive hanno una funzione, possono essere più o meno difficili da tollerare ma TUTTE hanno un senso. In quest’ottica nessuna emozione può essere sbagliata, sciocca, esagerata…è lo scopo che in quel momento è stato frustrato a fare la differenza!

Un esempio:

PAURA/ANSIA  —— Proviamo paura quando percepiamo o ipotizziamo una minaccia ad un nostro scopo (es: sopravvivere ad un pericolo, superare un esame). 

La paura ha SEMPRE una funzione PREVENTIVA, dispone infatti l’organismo ad agire affinché il pericolo non si realizzi (es: scappare o attaccare, rispondere alle richieste che ci vengono fatte).

Provando a pensare per ogni emozione sotto elencata una situazione target in grado di farla rivivere, valutate lo scopo descritto e verificate il suo legame con il vostro agire in quella data situazione.

Per scaricare una scheda completa delle emozioni e dei loro scopi CLICCA QUI

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Come riconoscere quando le ossessioni diventano patologiche?

Ogni giorno può capitare a tutti di essere preda di pensieri ripetitivi e negativi, che provocano  improvvise sensazioni di disagio e malessere. Spesso si tratta di stati passeggeri, altre volte di sensazioni che durano più a lungo..ma di cui prima o poi riusciamo a liberarci. Cosa succede quando questi pensieri si “stampano” nella nostra mente, senza possibilità di essere modificati, né momentaneamente soppressi? Probabilmente prenderanno una parte significativa delle nostre risorse attentive, fino a farci pensare che non riusciremo mai a fermare questo flusso di pensieri. A volte il contenuto di questi pensieri può riguardare l’affitto del prossimo mese, un esame medico, la ricerca di un lavoro..tutte preoccupazioni che in modo legittimo prendono spazio nella nostra vita quotidiana. Tuttavia vi sono altri pensieri, altrettanto normali e legittimi seppur irrazionali e sproporzionati rispetto alla realtà, che possono assumere caratteristiche molto “bizzarre” tali di non farceli riconoscere come normali. Vi è mai capitato di essere assaliti da un dubbio improvviso di avere lasciato il gas dei fornelli aperto dopo qualche ora che siete lontani da casa, oppure di aver dimenticato di spegnere la stufa o di chiudere l’automobile, o ancora di aver investito qualcuno o rubato nel supermercato senza esservene accorti, di aver fatto qualcosa di orribilmente sbagliato senza sapere cosa esattamente …? Bene, se avete provato una qualunque di queste sensazioni, avrete sicuramente sperimentato anche la loro naturale conseguenza: andare a controllare che il vostro terribile dubbio non corrispondesse alla realtà! Tutti questi pensieri vengono descritti nella letteratura scientifica come pensieri intrusivi indesiderati, presenti nell’esperienza della maggior parte delle persone e ritenuti sani. Come spesso accade ciò che trasforma un normale pensiero intrusivo, per quanto bizzarro esso sia, in una ossessione patologica non sta nel contenuto del pensiero ma nell’intensità, nella ripetitività e nella pervasività che quel pensiero assume nella nostra vita quotidiana. Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) descritto nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) è uno dei più comuni disturbi d’ansia caratterizzato dalla presenza di:

  • Ossessioni:  pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, che vengono vissuti come intrusivi e inappropriati e che l’individuo cerca continuamente di ignorare o sopprimere senza tuttavia riuscirvi; sono causa di intenso disagio o ansia, pur essendo riconosciuti come un prodotto della propria mente e non un dato di realtà.
  • Compulsioni: comportamenti ripetitivi (es: lavarsi le mani, riordinare, ricontrollare, ..) o azioni mentali (es: pregare, contare, ripetere parole,..) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta ad un pensiero/ossessione o a regole che devono essere messe in atto rigidamente, senza un precisa logica razionale; lo scopo di questi comportamenti è quello di ridurre il disagio percepito o di prevenire eventi o situazioni temute.

NB: Le ossesioni o le compulsioni, in condizioni patologiche, causano disagio marcato, occupano più di un’ora al giorno o comunque interferiscono significativamente con le normali abitudini della persona, con il funzionamento lavorativo, o con le attività relazionali e sociali abituali. Nonostante la gravità dei sintomi e dei vissuti personali, questo disturbo d’ansia può a oggi essere trattato grazie alla combinazione di un adeguato trattamento farmacologico e psicoterapia cognitivo-comportamentale: l’obiettivo a lungo termine sarà di migliorare le capacità di identificare le emozioni negative legate sia alle ossessioni che ai comportamenti di controllo, che ne sono diretta conseguenza. Ciò che rende le compulsioni così difficili da trattare è proprio l’assenza di un legame più consapevole con le emozioni che le hanno generate! Un altro aspetto sistematicamente ignorato da chi soffre del disturbo è il “costo” delle azioni di controllo: il tempo dedicato ad una singola azione (es: controllare il gas, le chiavi,..), per prevenire un danno seppur drammatico, non sembrerà mai  troppo se non viene sommato al tempo di tutte le altre singole azioni che vengono messe in atto per prevenire quello stesso tragico evento! Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo può colpire chiunque e a qualunque età, in presenza di particolari eventi di vita stressanti, che mettono in gioco le capacità di riconoscere e sentire le emozioni negative ad essi legate. Può avere caratteristiche lievi e tollerabili oppure molto invalidanti e portare al progressivo isolamento sociale, se non curato in tempo. L’abitudine a riconoscere le emozioni, ad esprimerle e condividerle con gli altri possono essere validi fattori protettivi, che rendono cioè meno indispensabile l’uso di comportamenti ripetitivi e inefficaci, volti a neutralizzare un pensiero o un’immagine che ci sta disturbando. Difficile eliminare un pensiero, senza conoscere il vissuto emotivo che lo ha provocato!  Camilla Marzocchi Per ulteriori dettagli clicca qui: Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

La Psicoterapia: Un luogo nuovo.

Ognuno di noi può in qualsiasi momento della propria vita sentire il bisogno di un supporto e confronto rispetto a differenti situazioni.
La relazione terapeutica permette di creare un “luogo nuovo”, all’interno del quale sperimentare pensieri, emozioni e comportamenti e costruire all’interno di questo spazio nuovi modi e nuovi strumenti per aumentare la capacità di “leggersi” e muoversi nel mondo.
In quest’ottica la psicoterapia non è un luogo in cui trovare risposte, ma uno spazio interattivo in cui costruire gli strumenti più efficaci per trovarle; è una palestra in cui vengono allenate e rinforzate delle abilità cognitive, emotive e comportamentali utili ad affrontare le più diverse situazioni quotidiane.
L’idea di scrivere questo blog, nasce dalla moltitudine di domande che vengono rivolte a noi clinici sul ruolo, sull’efficacia e sulla attendibilità della psicoterapia come strumento di cura. Spesso miti e legende ruotano intorno al ruolo dello psicoterapeuta e possono rendere difficile l’accesso a questo tipo di aiuto o creare delle aspettative irrealistiche sulle possibilità di riceverne. In entrambi i casi, la comprensione del ruolo dello psicoterapeuta e la funzione della psicoterapia in generale rischiano di essere declinati in modi lontani da quella che è invece l’esperienza clinica, questo sia dal punto di vista dello specialista sia da quello del cliente.
Mi piace pensare alla psicoterapia, come ad un percorso che permette di “aumentare i gradi di libertà” di un sistema, che aggiunge cioè possibilità in termini di pensieri, comportamenti, vissuti emotivi, laddove la sofferenza psichica può portare invece ad un povertà di soluzioni e soprattutto alla ripetitività di strategie già sperimentate come fallimentari. Questo ovviamente in termini di costi personali e non assoluti. L’introduzione di elementi nuovi può perturbare il sistema e produrre cambiamento in senso positivo, senza bisogno di modificare in modo radicale pensieri e comportamenti. La sola consapevolezza del proprio modo di funzionare può talora essere sufficiente a non pagare costi emotivi troppo elevati e aiutare a spiegarsi un po’ meglio il proprio modo di agire, di pensare e di “sentire”.
Questa funzione generale della psicoterapia sul benessere psicologico, può essere raggiunta ovviamente con altri mezzi, primo fra tutti l’accesso alle risorse personali, cui ognuno di noi può comprensibilmente attingere. Indispensabili sono poi le risorse che prendiamo dall’esterno – amici, familiari, lavoro, religione, gruppi di appartenenza – e da cui possiamo trarre scambi vantaggiosi e sufficienti a superare un momento di empasse. Non di meno esistono poi infinite “agenzia di cura” che si prefiggono di nutrire mente e corpo con mezzi e strumenti altrettanto validi ed efficaci, e credo che la psicoterapia si possa collocare tra queste.
Come per tutte le “agenzie di cura”, la differenza nella scelta del percorso più adeguato è legata ad un personale interesse, alla facilità di accesso ad alcuni tipi di supporto piuttosto che altri, ai propri valori, giudizi e pregiudizi, al carattere, alle proprie paure, credenze o semplicemente alle precedenti esperienze di vita.
Quello che rende un percorso efficacie è soprattutto l’incontro tra le attitudini personali e le caratteristiche proprie del percorso, motivo per cui credo possa essere di aiuto conoscere i mezzi e la direzione che un trattamento di tipo psicoterapico può offrire e, per quanto possibile, operare scelte che siano nelle nostre “corde”.
In questa sezione del blog, introdurrò alcuni contributi, personali e non, che possano avvicinare idealmente il lettore alla comprensione della psicoterapia e delle sue possibili declinazioni…
Buona lettura!
Camilla Marzocchi

Invulnerabilità e trauma: in fondo non è stato nulla di grave

Il trauma infantile in psicoterapia è storicamente oggetto di analisi per i suoi effetti a lungo termine sulla vita di chi lo ha vissuto. C’è ormai ampio accordo tra terapeuti di tutto il mondo, sull’idea che eventi di vita traumatici e avversi, soprattutto se avvenuti nella prima infanzia e nel contesto familiare, possano causare ferite emotive profonde, capaci di modificare su più livelli – fisiologico, emotivo, comportamentale, relazionale e sociale – la traiettoria evolutiva della persona colpita. (Herman, 1992; Lanius, 2012; Liotti, Farina, 2011; van der Kolk, 2015). Abuso sessuale, violenza fisica e verbale, ipercriticismo, aggressioni, bullismo: le storie dei pazienti che mostrano sintomi di sofferenza psicologica e stress post-traumatico sono costellate da eventi di questo genere e spesso fino all’arrivo in terapia la persona non ha mai considerato il legame tra quegli eventi traumatici del passato e la sua sofferenza attuale.
Fin qui nulla di nuovo e molto è stato ampiamente già descritto nella letteratura scientifica, nonostante l’attenzione altalenante e l’ambivalenza con cui il tema degli effetti fisici e psichici del trauma e dell’abuso infantile sia stato trattato negli anni (ACE Studies, Felitti, 1998; Lanius, 2012;).
Ma cosa succede quando il trauma è invisibile? Quando non è la minaccia, ma l’assenza di protezione a creare il danno più grave? Quando non è la violenza diretta, ma la costante assenza di uno sguardo amorevole a lasciare ferite?
Quello che ancora rischia di cadere vittima del negazionismo più resistente è oggi il neglect emotivo o trascuratezza. Il “danno da negazione del danno”: sembra un gioco di parole, ma chi ha vissuto questa condizione credo non faccia molta fatica a riconoscere di cosa si sta parlando.
Il negazionismo è stato spesso l’ostacolo al riconoscimento di grandi e storiche ingiustizie, poiché determina un immediato congelamento a accantonamento delle emozioni negative e collude con l’impossibilità di esplorare le responsabilità, di riconoscere il danno e dunque di farsi carico della cura e della protezione delle vittime.
La negazione è una difesa psicologica che può stratificarsi e colpire a diversi livelli la vittima: il primo strato riguarda proprio la vittima stessa, che può negare e minimizzare l’esperienza vissuta, avere dubbi sulla sua responsabilità o meno e restare incastrata tra paura, rabbia e la colpa anche per molti anni; il secondo strato riguarda la famiglia – spesso teatro principale dei più gravi abusi emotivi nell’infanzia  – e la negazione di quello che è avvenuto, o la negazione del modo in cui è accaduto, o ancora la minimizzazione della violenza laddove riconosciuta, o ancora il criticismo sulle reazioni legittime della vittima al trauma vissuto; il terzo strato riguarda la comunità di appartenenza, l’adeguatezza dei servizi che ruotano intorno alla vittima e le possibilità di accedere ad un contesto comunitario protettivo e capace di raccogliere sia segnali precoci di sofferenza, sia gli effetti devastanti successivi. Infine c’è l’ultimo strato: la legge, la società e la politica che hanno la responsabilità di prendere posizione su temi così scottanti, di far ottenere un giusto riconoscimento del danno subito per le vittime e di garantire un processo rispettoso degli effetti psicologici e fisici del trauma, soprattutto infantile, su chi l’ha subìto. Le strade della negazione sono tante, ma il risultato è spesso lo stesso per chi lo subisce: un vissuto profondo di difettosità, di essere sbagliati, di non valere abbastanza e l’impossibilità certificata di essere compresi e protetti.
Spesso il ricordo degli abusi e delle violenze subite è sin da subito accessibile alla memoria e permetterebbe in molti casi un lavoro immediato di elaborazione dei ricordi traumatici, al fine di sciogliere i sentimenti di colpa, impotenza e rabbia e permettere alla vittima di andare avanti verso la cosiddetta crescita post-traumatica. Nessun processo di elaborazione è mai semplice e lineare, e le difese naturali che ogni paziente può mettere in campo per evitare di sentire il dolore del passato sono molte e tutte necessarie; tuttavia nell’esperienza clinica quotidiana gli ostacoli più rigidi e resistenti al lavoro di elaborazione dei ricordi sono costituiti soprattutto da quell’insieme di esperienze di negazione – soprattutto se vissute all’interno della famiglia – e che hanno costretto la vittima a sopprimere le proprie emozioni e sviluppare solide strategie difensive, adatte a proteggersi da ogni attacco, da ogni esposizione al pericolo, da ogni piccolo rischio di dare la propria fragilità “in pasto” a caregiver gravemente inadeguati o talora minacciosi. L’insieme di queste strategie apprese crea alcune tra le più solide barriere dissociative (negazione, evitamento, rimozione) e ostacola la possibilità del paziente di riconoscere ed entrare in connessione con le emozioni dolorose della sua infanzia. La negazione vissuta all’esterno, si ripete dunque all’interno e spesso con più forza e determinazione.
Il trauma da omissione, la trascuratezza fisica e affettiva, l’invisibilità, l’assenza di protezione, la solitudine, l’abbandono alimentano un paradosso difficile da sciogliere: in questi casi il dolore non è generato da un comportamento violento, da un gesto maltrattante visibile e identificabile, ma al contrario è causato da un vuoto, dall’assenza di azioni di cura e di protezione, dalla mancanza di qualcosa che non è stato mai neppure conosciuto, la cui assenza però ha generato angoscia, terrore, senso di morte e di non esistere.
In pratica un nemico invisibile che diventa difficile contrastare. L’unica soluzione efficacie diventa allora chiudere ogni accesso a quelle emozioni e non esporsi mai al confronto con quegli eventi e con tutto quel dolore inspiegabile.
MA cosa succede in terapia?
Quando l’invulnerabilità diventa la cura al dolore, allora l’accesso e il riconoscimento di queste emozioni diventa davvero molto difficile e quello che potrebbe aiutare a superare il trauma, è allo stesso tempo fonte di minaccia poiché richiede un’esposizione di quei vissuti. La paura crea un paradosso: per essere aiutato devo espormi, ma per salvarmi devo evitare ogni emozione.
Del resto se da bambino esporre i miei bisogni, esprimere emozioni e finanche essere malato ha raccolto questa grave mancanza di sintonizzazione, allora imparerò a tenere tutto dentro per non rinnovare il dolore del rifiuto e nel tempo maturerò alcune idee fondanti che sarà difficile sradicare:

  • devo sempre essere auto-sufficiente
  • non posso mostrarmi debole
  • non ho bisogno di nessuno, non devo dipendere dagli altri
  • non serve piangere, chi piange è pigro e disfattista
  • per me non c’è nessuno, quindi devo cavarmela da solo
  • essere perfetto è il minimo per iniziare qualcosa
  • stare in allerta è l’unico modo di difendersi
  • se mi rilasso, sarò ingannato
  • mai fidarsi di nessuno
  • non merito niente di buono

Le emozioni del bambino del passato vengono congelate efficacemente, ma i suoi bisogni continuano a vivere al interno del sistema emotivo annidati nel corpo che si ammala, nei pensieri negativi che ricorrono o nelle reazioni emotive soverchianti. Il bambino diventa un soldato e dimentica una parte di sé, per riuscire a far fronte al presente che richiede di ottimizzare le risorse e di orientarle subito alla soluzione dei problemi.
Recuperare i rapporti con le emozioni di quel “bambino soldato” è la sfida più grande per le persone che hanno sempre bisogno di sentirsi invulnerabili, ma che sono sopravvissute, fisicamente o emotivamente, a traumi relazionali legati alla trascuratezza, all’ipercriticismo, alla mancanza di cure. Le emozioni di colpa e vergogna assumono dimensioni enormi e devono essere affrontate nel presente, proprio perché nel passato hanno subito quella negazione e di quel mancato riconoscimento che avrebbe almeno potuto aiutarli a capire che quello che stavano vivendo era una guerra vera e non un gioco innocente finito male.

Young boy soldier portrait

Bibliografia:
L’impatto del trauma infantile sulla salute e sulla malattia. L’epidemia nascosta, a cura di Lanius, E. Vermetten, C. Pain, Giovanni Fioriti, 2012.
Herman, Judith Lewis [1992]. Trauma and recovery: the aftermath of violence – from domestic abuse to political terror. New York: BasicBooks. (Ed.It, Guarire dal Trauma: Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, a cura di R.Russo, Magi Edizioni, 2005)
Bessel van der Kolk (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffello Cortina, Milano.
Gianni Liotti, Benedetto Farina (2011) Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa.Raffaello Cortina Editore, Milano.
Felitti, VJ, Anda, RF, Williamson, DF, Spitz AM, Edwards, V, Koss, MP, Marks, JS.“Relationship of Childhood Abuse and Household Dysfunction to Many of the Leading Causes of Death in Adults. The Adverse Childhood Experience (ACE) Study.” American Journal of Preventive Medicine in 1998, Volume 14, pages 245–258.