Le reazioni biologiche alla paura

La paura è un’emozione funzionale e adattiva, presente in tutti gli animali e legata a meccanismi biologici ed evolutivi fondamentali. Si tratta di un’emozione che prepara all’azione, che ci dà un segnale che qualcosa di negativo sta per succedere e che ci aiuta ad identificare uno stimolo dell’ambiente come pericoloso per la nostra sopravvivenza. L’ansia negli essere umani è l’espressione di questa emozione e solo se esagerata, sproporzionata e protratta nel tempo può assumere caratteristiche psicopatologiche importanti. Oltre agli aspetti già citati nel precedente post (vedi: “Ho paura e basta: non so perché!”), un elemento importante è quello legato alle reazioni comportamentali istintive che la paura genera e di cui spesso non ci si riesce a spiegare la ragione.

Se qualcuno ha paura dei cani può capire l’esempio che segue: nonostante il saggio consiglio di non mostrare paura e di non scappare alla vista di un cane, per chi di voi ha paura sarà risultato davvero impossibile resistere alla tentazione di farlo..nonostante la probabilità enormemente più alta di essere rincorsi! Ecco spiegato il perché: le nostre reazioni alla paura non sono guidate dalla sola corteccia cerebrale, responsabile delle nostre scelte consapevoli, ma da un parte più antica e primitiva del cervello su cui fortunatamente non abbiamo alcun controllo e che agisce con estrema velocità nelle scelte per noi vitali: l’amigdala e il sistema limbico!

Queste aree cerebrali sono responsabili del buon funzionamento del nostro sistema di difesa e protezione dai pericoli e determinano le reazioni che comunemente esperiamo in presenza di stimoli che ci spaventano:

La prima si innesca quando lo stimolo che abbiamo davanti è percepito come “affrontabile” senza troppo rischio per la propria sopravvivenza, la seconda si attiva in situazioni che decisamente non conviene affrontare e in cui l’unica soluzione è la fuga, la terza è una fase di blocco dell’azione ed è in genere uno stato transitorio in cui c’è attivazione fisiologica di preparazione all’azione e consapevolezza dell’ambiente circostante, ma non si riesce a reagire e infine la quarta è lo svenimento che comporta un improvviso crollo del tono muscolare, della frequenza cardiaca e una momentanea perdita di coscienza. Quest’ultima particolarmente nota a chi ha una fobia per sangue e ferite!

Nell’uomo, che a differenza degli animali è dotato di coscienza, queste normali e biologiche reazioni comportamentali sono spesso oggetto di valutazione o talora di giudizio negativo soprattutto se lo stimolo a cui si reagisce non è considerato “degno” di attivare un’emozione di paura.

Fuggire da luoghi affollati, rimanere bloccati e inermi di fronte ad una violenza fisica, svenire durante un esame del sangue sono spesso considerati comportamenti imputabili ad una propria fragilità, incapacità o inadeguatezza … mentre spesso sono semplicemente il segnale che il nostro sistema limbico è perfettamente sano!

Il punto cruciale da analizzare in presenza di reazioni di questo tipo non è quindi giudicare o analizzare la reazione in sé, ma comprendere i motivi per cui uno stimolo che reputiamo “normale” venga percepito dalla nostra mente e dal nostro corpo come a tal punto pericoloso da generare in modo automatico e incontrollato la reazione del nostro sistema di difesa.

Il prezzo della coscienza!

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Concreteness Training (CNT) come cura per la depressione.

Recenti ricerche hanno dimostrato che i sintomi depressivi possono essere trattati “semplicemente” attraverso l’addestramento ad uno stile di pensiero orientato per obiettivi, attraverso esercizi mentali strutturati secondo l’approccio cognitivo-comportamentale chiamato “Modificazione dei bias cognitivi” (Cognitive Bias Modification).

Lo studio condotto dalla University of Exeter e finanziato dal Medical Research Council, è stato pubblicato lo scorso Novembre sulla rivista Psychological Medicine e sembra interessante rispetto alla  necessità di proporre programmi di intervento più rapidi, efficaci e meno costosi nei casi di depressione o depressione maggiore. La proposta dei ricercatori è: un training di soli due mesi in grado di produrre, attraverso l“Addestramento al pensiero concreto” (Concreteness Training, CNT), un cambiamento dello stile di pensiero e una parziale riduzione della sintomatologia depressiva.  L’obiettivo generale del training è di insegnare alle persone ad essere più specifici quando riflettono su un problema e questo sembra ridurre le difficoltà iniziali di approccio alla soluzione, il rimuginio conseguente, il brooding e infine l’umore depresso. Le persone che soffrono di depressione hanno infatti la tendenza a sviluppare uno stile di pensiero astratto e caratterizzato da una prevalenza di pensieri negativi e molto generali, che alimentano la loro generale “incapacità nella vita” e sensazione di impotenza. Il modello  proposto dai ricercatori sembra in grado di  intervenire in modo diretto proprio su questo stile di pensiero.
I 121 soggetti  sperimentali, scelti in una fase di abbassamento dell’umore all’interno di un episodio depressivo maggiore diagnosticato, sono stati suddivisi in tre gruppi: 1) prosecuzione terapia abituale, 2) terapia abituale + CNT, 3) terapia abituale + trainig di rilassamento.  Il modello CNT prevedeva la somministrazione ai partecipanti di alcuni esercizi mentali giornalieri, standardizzati per step successivi e accompagnati dall’ascolto di un CD, in cui era richiesto loro di focalizzarsi su un recente evento di vita abbastanza negativo e fonte di stress e di identificarne specifici dettagli immaginando come ognuno di questi, presi singolarmente, avrebbe potuto influenzare l’esito immaginato.
La riduzione dell’ansia e della depressione ha favorito il passaggio da una diagnosi di “depressione grave” ad una di “depressione moderata” entro i primi due mesi di training, con un buon mantenimento dei risultati a distanza di 3 e 6 mesi. In media, i pazienti che hanno proseguito invece la loro abituale terapia non sono migliorati nella sintomatologia depressiva, mentre quelli che avevano integrato con gli esercizi di rilassamento sono migliorati di più, ma solo i pazienti che hanno seguito il “Concreteness training” hanno ridotto l’intensità dei pensieri negativi legati alla ruminazione.
Il Professor Edward Watkins ha spiegato: “Questo studio è la prima dimostrazione del fatto che il solo orientare lo stile di pensiero per obiettivi può avere un impatto significativo nell’affrontare la depressione. Si tratta di un approccio che può comportare un contatto minimo con il clinico e il training può essere seguito tramite assistenza on line, aprendo la possibilità di utilizzare CD o addirittura applicazioni per smartphone.  Il vantaggio sta nella possibilità di offrire un trattamento poco costoso e accessibile per un numero maggiore di persone, obiettivo prioritario nella cura della depressione a causa della elevate percentuale di persone affette da questo problema e dai costi globali, sociali e sanitari, che questo comporta.” I ricercatori proseguiranno in questa direzione per verificare l’efficacia del protocollo e la possibilità di inserire la CNT come trattamento privilegiato dal National Health Service britannico per la cura della depressione.
L’effetto di questo training sembra, ad una prima occhiata, paragonabile all’effetto del farmaco antidepressivo, in alcuni casi “salvavita” e spesso utile nel recuperare le “forze” cognitive necessarie ad intraprendere un percorso psicoterapico più approfondito, quindi da non sottovalutare la possibilità di utilizzare il protocollo proposto nella fase iniziale della terapia..
Fonte: Watkins ERTaylor RSByng RBaeyens CRead RPearson KWatson L., (2011). “Guided self-help concreteness training as an intervention for major depression in primary care: a Phase II randomized controlled trial.”, Psychological Medicine, 16:1-13. (Mood Disorders Centre, University of Exeter, UK.)
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Come riconoscere quando le ossessioni diventano patologiche?

Ogni giorno può capitare a tutti di essere preda di pensieri ripetitivi e negativi, che provocano  improvvise sensazioni di disagio e malessere. Spesso si tratta di stati passeggeri, altre volte di sensazioni che durano più a lungo..ma di cui prima o poi riusciamo a liberarci. Cosa succede quando questi pensieri si “stampano” nella nostra mente, senza possibilità di essere modificati, né momentaneamente soppressi? Probabilmente prenderanno una parte significativa delle nostre risorse attentive, fino a farci pensare che non riusciremo mai a fermare questo flusso di pensieri. A volte il contenuto di questi pensieri può riguardare l’affitto del prossimo mese, un esame medico, la ricerca di un lavoro..tutte preoccupazioni che in modo legittimo prendono spazio nella nostra vita quotidiana. Tuttavia vi sono altri pensieri, altrettanto normali e legittimi seppur irrazionali e sproporzionati rispetto alla realtà, che possono assumere caratteristiche molto “bizzarre” tali di non farceli riconoscere come normali. Vi è mai capitato di essere assaliti da un dubbio improvviso di avere lasciato il gas dei fornelli aperto dopo qualche ora che siete lontani da casa, oppure di aver dimenticato di spegnere la stufa o di chiudere l’automobile, o ancora di aver investito qualcuno o rubato nel supermercato senza esservene accorti, di aver fatto qualcosa di orribilmente sbagliato senza sapere cosa esattamente …? Bene, se avete provato una qualunque di queste sensazioni, avrete sicuramente sperimentato anche la loro naturale conseguenza: andare a controllare che il vostro terribile dubbio non corrispondesse alla realtà! Tutti questi pensieri vengono descritti nella letteratura scientifica come pensieri intrusivi indesiderati, presenti nell’esperienza della maggior parte delle persone e ritenuti sani. Come spesso accade ciò che trasforma un normale pensiero intrusivo, per quanto bizzarro esso sia, in una ossessione patologica non sta nel contenuto del pensiero ma nell’intensità, nella ripetitività e nella pervasività che quel pensiero assume nella nostra vita quotidiana. Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) descritto nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) è uno dei più comuni disturbi d’ansia caratterizzato dalla presenza di:

  • Ossessioni:  pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, che vengono vissuti come intrusivi e inappropriati e che l’individuo cerca continuamente di ignorare o sopprimere senza tuttavia riuscirvi; sono causa di intenso disagio o ansia, pur essendo riconosciuti come un prodotto della propria mente e non un dato di realtà.
  • Compulsioni: comportamenti ripetitivi (es: lavarsi le mani, riordinare, ricontrollare, ..) o azioni mentali (es: pregare, contare, ripetere parole,..) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta ad un pensiero/ossessione o a regole che devono essere messe in atto rigidamente, senza un precisa logica razionale; lo scopo di questi comportamenti è quello di ridurre il disagio percepito o di prevenire eventi o situazioni temute.

NB: Le ossesioni o le compulsioni, in condizioni patologiche, causano disagio marcato, occupano più di un’ora al giorno o comunque interferiscono significativamente con le normali abitudini della persona, con il funzionamento lavorativo, o con le attività relazionali e sociali abituali. Nonostante la gravità dei sintomi e dei vissuti personali, questo disturbo d’ansia può a oggi essere trattato grazie alla combinazione di un adeguato trattamento farmacologico e psicoterapia cognitivo-comportamentale: l’obiettivo a lungo termine sarà di migliorare le capacità di identificare le emozioni negative legate sia alle ossessioni che ai comportamenti di controllo, che ne sono diretta conseguenza. Ciò che rende le compulsioni così difficili da trattare è proprio l’assenza di un legame più consapevole con le emozioni che le hanno generate! Un altro aspetto sistematicamente ignorato da chi soffre del disturbo è il “costo” delle azioni di controllo: il tempo dedicato ad una singola azione (es: controllare il gas, le chiavi,..), per prevenire un danno seppur drammatico, non sembrerà mai  troppo se non viene sommato al tempo di tutte le altre singole azioni che vengono messe in atto per prevenire quello stesso tragico evento! Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo può colpire chiunque e a qualunque età, in presenza di particolari eventi di vita stressanti, che mettono in gioco le capacità di riconoscere e sentire le emozioni negative ad essi legate. Può avere caratteristiche lievi e tollerabili oppure molto invalidanti e portare al progressivo isolamento sociale, se non curato in tempo. L’abitudine a riconoscere le emozioni, ad esprimerle e condividerle con gli altri possono essere validi fattori protettivi, che rendono cioè meno indispensabile l’uso di comportamenti ripetitivi e inefficaci, volti a neutralizzare un pensiero o un’immagine che ci sta disturbando. Difficile eliminare un pensiero, senza conoscere il vissuto emotivo che lo ha provocato!  Camilla Marzocchi Per ulteriori dettagli clicca qui: Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC)

"Ho paura e basta: non so perché!"

Immagini come questa possono essere per l’uomo stimoli ad “alto contenuto emotivo”, possono cioè provocare reazioni fisiche ed emotive molto intense. L’intensità della reazione è tuttavia spesso legata all’esperienza soggettiva e non alle caratteristiche proprie dello stimolo. L’effettiva pericolosità, la vicinanza allo stimolo, la probabilità di un evento, non sono sempre centrali nel provocare emozioni, pensieri e comportamenti che ne derivano.

Di cosa si tratta allora quando parliamo di fobie?

La fobia è una reazione di paura collegata a uno stimolo che produce tensione fino al punto da causare disturbi emotivi, sociali o occupazionali. È in genere riconosciuta come eccessiva o irrazionale e che porta a comportamenti di evitamento o ad ansia intensa in caso di esposizione allo stimolo temuto.

La maggior parte delle fobie sono legate a stimoli potenzialmente dannosi, pericolosi o che elicitano emozioni di disgusto. L’intensità delle emozioni e soprattutto le reazioni comportamentali messe in atto per evitare lo stimolo, costituiscono in genere la nostra “misura” di quanto quella paura sia in realtà una vera e propria fobia.

Per orientare il lettore alla comprensione della propria paura, è sicuramente utile sapere come riconoscerla:

  • Se la paura è sproporzionata rispetto al pericolo reale;
  • Se produce alterazioni dei normali cicli biologici (sonno, alimentazione);
  • Se influisce negativamente nelle normali attività quotidiane (lavoro, tempo libero, relazioni interpersonali,..);
  • Se causa malessere psicologico: ansia, depressione;
  • Se si è costretti all’utilizzo di “aiuti esterni” per superare il disagio (aiuto degli altri, farmaci).

Ecco le reazioni più comuni alle fobie:

  1. Cosa si prova? Sintomi fisici: agitazione, tachicardia, sudorazione, vertigini, giramenti di testa, apnea, nausea. Emozioni: paura, ansia.
  2. Cosa si pensa? Timore di catastrofi imminenti, paura di non riuscire a farcela, paura di morire, paura di impazzire, paura di perdere il controllo, …
  3. Quali sono i comportamenti usati per fronteggiare la situazione? Evitare le situazioni ritenute scatenanti (es: luoghi affollati, attività fisica, guidare auto,..); ricorrere a Comportamenti protettivi (es: richiedere accompagnamento di qualcuno, uso di sostanze, farmaci o droghe..).

Spesso le condizioni di vita cambiano e insieme ad esse le nostre esigenze, l’incontro con la nostra fobia potrebbe non verificarsi mai in tutta la vita o accentuarsi in situazioni di stress e complicare una situazione già non semplice.

L’ingresso di una fobia nella nostra vita può essere dunque subdolo e distogliere la nostra attenzione dal vero problema che ci preoccupa, scoprirlo può sicuramente farci risparmiare tempo ed energie!

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Credenze che complicano la vita

Le idee che abbiamo su di noi, sugli altri e sul mondo sono spesso la “bussola” che ci permette di orientare le nostre scelte, di trovare nella moltitudine delle direzioni possibili quella che sentiamo più vicina e percorribile. Si tratta di pensieri che esprimono valutazioni generali, non legate cioè ad un contesto particolare, e che ci guidano nella lettura dei  fatti del mondo.

Ma quando queste credenze diventano inutili e fonte di sofferenza?

Il tema dei pensieri cosiddetti “disfunzionali” (A. Ellis) è caro alla psicologia cognitiva e questa striscia dei Peanuts (da “Su con la vita, Charlie Brown!” di A.Tverski) esprime in modo eccellente il peso delle credenze che abbiamo sulle  nostre emozioni.

In terapia cognitiva le credenze (pensieri) sono l’oggetto principale del trattamento: attraverso un’analisi accurata dei loro contenuti specifici e degli effetti che hanno su di noi (in termini di emozioni e comportamenti), si procede infatti alla loro confutazione e “critica” con l’obiettivo di restituire al pensiero stesso flessibilità, polarità positiva e un minor grado di generalizzazione. Non si tratta di un intervento che giudica il valore o la veridicità di un pensiero, ma che al contrario ne sottolinea la “legittimità” e approfondisce il legame tra quel pensiero e lo stato emotivo da esso evocato.

Albert Ellis e Aaron Beck sono stati i principali ideatori della terapia cognitiva e i primi a categorizzare i pensieri sulla base delle valutazione cui essi ci conducono: entrambi gli autori fanno riferimento a “errori/disfunzioni” che non riguardano il contenuto del pensiero (“cosa penso”), ma il processo che utilizzo nel costruirlo (“come penso”).

Ellis (in “Ragione ed emozione in psicoterapia”, 1962) parla di “idee irrazionali” e le divide in 5 categorie:

  1. Doverizzazioni (“devo assolutamente fare così”)
  2. Espressioni di intolleranza (“non tollero di fare una brutta figura!”)
  3. Generalizzazioni (“ho fatto una cosa stupida, quindi sono stupido!”)
  4. Pensieri catastrofizzanti (“arrossirò e questo sarà terribile!”)
  5. Bisogni assoluti (“non posso assolutamente rinunciare a…”).

Beck (in “Principi di Terapia cognitiva”, 1976) li definisce “errori cognitivi” e li descrive così:

  1. Pensiero tutto o nulla: considerare solo due conclusioni possibili e opposte.
  2. Lettura della mente: convinzione di poter discernere il pensiero altrui, senza prove.
  3. Etichettamento: generalizzazione di definizioni da un episodio o un comportamento a una intera persona o categoria di eventi.
  4. Saltare alle conclusioni: senza considerare criticamente i passaggi intermedi.
  5. Ragionamento emotivo: scambiare le emozioni per prove.

Potrebbe ora essere un valido esercizio per il lettore provare a:

  1. identificare un pensiero personale che abbia una o più delle seguenti caratteristiche e valutare l’intensità dell’emozione ad esso associata;
  2. una volta fatta questa operazione, sarebbe importate provare a chiedersi: che prove ho del fatto che sia così? In quali circostanze specifiche si verifica? E’ un pensiero logico o irrazionale? E’ un pensiero che mi danneggia o mi è utile a qualcosa? Le conseguenze che temo sono davvero così terribili? Sono davvero così poco in grado di tollerarle?
  3. Provare infine a modificare il pensiero in base alle risposte che ci si è dati e valutare di nuovo l’intensità dell’emozione associata al nuovo pensiero.

L’individuazione e modificazione dei “pensieri-trappola” e l’esperienza di una nuova emozione (più proporzionata!) permettono di approdare ad una vera e propria ristrutturazione del proprio punto di vista e costituiscono il cuore dell’intervento cognitivo.

Concludo su un fattore importante nella comprensione del disagio psichico, l’idea del continuum tra normalità e patologia: ogni stato emotivo doloroso è da considerarsi normale e sempre legittimo, ma può talora diventare patologico quando l’intensità, la frequenza e la durata rendono il malessere insopportabile. In quest’ottica la ristrutturazione delle credenze cognitive ha l’obiettivo di rendere i pensieri  più flessibili e le emozioni che ne conseguono meno dolorose, non di cambiare del tutto il modo in cui pensiamo o sentiamo.

Limitare “il potere” dei pensieri sulle nostre emozioni allevia l’intensità di uno stato doloroso e permette di recuperare risorse (fisiche e mentali) per la sfida successiva: capire le ragioni che ci hanno portato a costruire delle credenze che ci complicano la vita!

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Previsioni dal mondo!

Oroscopi, superstizioni, precognizioni, tarocchi, ideologie, religioni, dogmi, guru, miti, leggende, scienza e fantascienza, psicologia e parapsicologia….Molte delle attività e dei “prodotti” della mente umana sembrano essere l’espressione di un bisogno nobile e profondamente radicato:  dare un senso alle cose del mondo!

La capacità di prevedere gli eventi è una delle abilità fondamentali per l’essere umano e in generale per tutto il mondo animale. Una buona capacità di prevedere eventi avversi, permette di fare ipotesi sui possibili rischi e di scegliere le strategie migliori per affrontarli e garantirsi la sopravvivenza.

La stessa capacità è coinvolta nella previsione di esiti positivi, che in genere identifichiamo come scopi del nostro agire, e che ci orienta nella scelta dei mezzi adeguati per raggiungerli: “..è buono ciò che facilita il raggiungimento di uno scopo, è cattivo ciò che lo impedisce, se non avessimo degli scopi saremmo del tutto impossibilitati ad esprimere qualsivoglia seppur minima valutazione” (S. Sassaroli, R.Lorenzini). Ciò che identifichiamo come buono o cattivo, determina l’efficacia delle nostre capacità predittive.

Abilità preliminare per fare buone previsioni è “leggere” il mondo e individuare gli elementi della realtà che possano aiutarci a raggiungere i nostri scopi.  La vista dei pipistrelli può essere una buona metafora di questa selettività: il loro sistema si basa sull’invio di ultrasuoni capaci di produrre degli eco riflessi dagli oggetti (simili al sonar) ed è in grado di ricostruire una mappa precisa dello spazio in cui si muovono, ad una velocità elevata e nonostante il buio. Questo sistema li aiuta ad selezionare dal campo visivo cibo, ostacoli, vegetazione, altri animali e soprattutto le prede: riescono cioè ad individuare esattamente le cose che interessa loro vedere (e non altre), e a percepire la realtà in relazione alla vita che conducono.

Altra capacità preliminare per affinare le nostre previsioni è saper esplorare il campo di azione, per sperimentare abilità e imparare dall’esperienza a leggere meglio gli stimoli che ci vengono dall’esterno. Tornando ai pipistrelli: se non uscissero mai dai loro nidi per cacciare o se scegliessero il giorno per le loro attività, renderebbero il loro sistema visivo nel primo caso inutilizzato, nel secondo inefficace.

Quando perciò uno stato emotivo molto intenso, uno o più eventi di vita drammatici e inaspettati, il ripetuto fallimento di uno scopo per noi importante, mettono “in scacco” la nostra capacità di fare buone previsioni, solo il ripristino di scopi nuovi, una diversa esplorazione e la produzione di nuove ipotesi, permettono di recuperare comprensione e controllo sulla realtà.

Il malessere psicologico è spesso l’esito di un “blocco” nella produzione di ipotesi e scopi alternativi ai precedenti. L’ansioso, ad esempio, a seguito di ripetute esperienze negative eviterà tutti i luoghi affollati che gli hanno scatenato un attacco di panico, perché immaginerà esiti esclusivamente negativi e catastrofici rispetto dell’esperienza evitata. Non riuscirà a produrre ipotesi positive, non tenterà diverse strategie e preferirà tenere fede alle sue previsioni – per quanto terribili – piuttosto che rischiare un errore. Penserà insomma che prepararsi sempre al peggio, sarà meglio di qualunque sorpresa!

Rinunciare a questa “preparazione” rende il disagio psichico comprensibilmente preferibile a qualunque percorso di cambiamento: sembra che una cattiva previsione, sia meglio che non averne affatto.

Il passaggio paradossale per recuperare una capacità predittiva efficace sembra essere la momentanea rinuncia a quel bisogno profondo e radicato dentro di noi di dare un senso alle cose del mondo: assumersi cioè il rischio di una previsione sbagliata!

La Psicoterapia: Un luogo nuovo.

Ognuno di noi può in qualsiasi momento della propria vita sentire il bisogno di un supporto e confronto rispetto a differenti situazioni.
La relazione terapeutica permette di creare un “luogo nuovo”, all’interno del quale sperimentare pensieri, emozioni e comportamenti e costruire all’interno di questo spazio nuovi modi e nuovi strumenti per aumentare la capacità di “leggersi” e muoversi nel mondo.
In quest’ottica la psicoterapia non è un luogo in cui trovare risposte, ma uno spazio interattivo in cui costruire gli strumenti più efficaci per trovarle; è una palestra in cui vengono allenate e rinforzate delle abilità cognitive, emotive e comportamentali utili ad affrontare le più diverse situazioni quotidiane.
L’idea di scrivere questo blog, nasce dalla moltitudine di domande che vengono rivolte a noi clinici sul ruolo, sull’efficacia e sulla attendibilità della psicoterapia come strumento di cura. Spesso miti e legende ruotano intorno al ruolo dello psicoterapeuta e possono rendere difficile l’accesso a questo tipo di aiuto o creare delle aspettative irrealistiche sulle possibilità di riceverne. In entrambi i casi, la comprensione del ruolo dello psicoterapeuta e la funzione della psicoterapia in generale rischiano di essere declinati in modi lontani da quella che è invece l’esperienza clinica, questo sia dal punto di vista dello specialista sia da quello del cliente.
Mi piace pensare alla psicoterapia, come ad un percorso che permette di “aumentare i gradi di libertà” di un sistema, che aggiunge cioè possibilità in termini di pensieri, comportamenti, vissuti emotivi, laddove la sofferenza psichica può portare invece ad un povertà di soluzioni e soprattutto alla ripetitività di strategie già sperimentate come fallimentari. Questo ovviamente in termini di costi personali e non assoluti. L’introduzione di elementi nuovi può perturbare il sistema e produrre cambiamento in senso positivo, senza bisogno di modificare in modo radicale pensieri e comportamenti. La sola consapevolezza del proprio modo di funzionare può talora essere sufficiente a non pagare costi emotivi troppo elevati e aiutare a spiegarsi un po’ meglio il proprio modo di agire, di pensare e di “sentire”.
Questa funzione generale della psicoterapia sul benessere psicologico, può essere raggiunta ovviamente con altri mezzi, primo fra tutti l’accesso alle risorse personali, cui ognuno di noi può comprensibilmente attingere. Indispensabili sono poi le risorse che prendiamo dall’esterno – amici, familiari, lavoro, religione, gruppi di appartenenza – e da cui possiamo trarre scambi vantaggiosi e sufficienti a superare un momento di empasse. Non di meno esistono poi infinite “agenzia di cura” che si prefiggono di nutrire mente e corpo con mezzi e strumenti altrettanto validi ed efficaci, e credo che la psicoterapia si possa collocare tra queste.
Come per tutte le “agenzie di cura”, la differenza nella scelta del percorso più adeguato è legata ad un personale interesse, alla facilità di accesso ad alcuni tipi di supporto piuttosto che altri, ai propri valori, giudizi e pregiudizi, al carattere, alle proprie paure, credenze o semplicemente alle precedenti esperienze di vita.
Quello che rende un percorso efficacie è soprattutto l’incontro tra le attitudini personali e le caratteristiche proprie del percorso, motivo per cui credo possa essere di aiuto conoscere i mezzi e la direzione che un trattamento di tipo psicoterapico può offrire e, per quanto possibile, operare scelte che siano nelle nostre “corde”.
In questa sezione del blog, introdurrò alcuni contributi, personali e non, che possano avvicinare idealmente il lettore alla comprensione della psicoterapia e delle sue possibili declinazioni…
Buona lettura!
Camilla Marzocchi