Coronavirus: confini emotivi e sfide della quarantena

Il nostro sistema nervoso sta vivendo un paradosso difficile: la possibilità di co-regolare la paura e il senso di minaccia grazie alla vicinanza con altri esseri umani è impedita da un distanziamento sociale che dovrebbe salvarci la vita e che è necessario rispettare. Che fare? Intanto ricordare che la possibilità di ingaggio sociale per noi esseri umani è sempre attiva e presente nel nostro sistema nervoso e possiamo ancora stimolare – anche a distanza – quel senso di connessione che ci fa sentire più al sicuro e più compassionevoli per gli altri: ricordiamoci che la voce, l’espressione del volto, lo sguardo sono regolatori fondamentali e molto efficaci per la nostra specie, se possiamo usiamo videochat o telefono per sentire gli altri vicini e per darci il segnale di sicurezza di cui tutti abbiamo bisogno ora come esseri umani: “Come stai? Sono ancora qui per te!”

Ce lo spiega nel dettaglio Stephen Porges (nel video che segue), neurofisiologo e ricercatore esperto nella filogenetica del nostro sistema nervoso autonomo e in particolare del nostro sistema di difesa, responsabile dei meccanismi di sopravvivenza essenziali per la nostra specie.

Come proteggersi e come proteggere dunque con risorse limitate? Cosa viene riattivato nel nostro sistema emotiva dalla situazione anomala che stiamo vivendo?

L’isolamento, la distanza, la vulnerabilità, la costrizione, le regole imposte, la paura di morire, la paura per i propri cari, il senso di essere piccoli di fronte a qualcosa di grande e fuori controllo. Ovviamente la assoluta novità è essere di fronte ad un fenomeno che ci coglie impreparati: non abbiamo immunità al virus, così come non abbiamo immunità alla paura di una pandemia perché nel 2020 la memoria di antiche epidemia è lontanissima e inefficace a darci strategie immediate, soprattutto in un mondo che risulta essere radicalmente diverso e in frenetico movimento, rispetto a fenomeni analoghi del passato. Per ora si può restare a casa e limitare i danno. Come fermarsi?

Di seguito alcune riflessioni cliniche scritte e condivise in un mio recente contributo pubblicato su State of Mind e che coinvolge alcuni aspetti emotivi, cognitivi e relazionali che ho incontrato nelle ultime settimane di lavoro e di vita.

Ecco il contributo: https://www.stateofmind.it/2020/03/coronavirus-quarantena-trauma/

Spero possa essere di aiuto alla riflessione e di sostegno alla costruzione di strategie di resilienza utili a correre questa “maratona”, che richiederà un continuo rinnovamento di risorse da conservare e produrre ben oltre le aspettative iniziali.

Buona lettura!

Self-Compassion: ascoltare le proprie voci interiori

A seguito di eventi di vita traumatici è esperienza comune udire voci e vivere una frammentazione del sé difficile da gestire nelle più comuni attività quotidiane. Voci critiche, spaventate o impotenti possono condizionare la possibilità di rileggere il mondo per quello che è e creare continue sensazioni di sopraffazione e panico.
Le voci sono sintomi di diverse condizioni psicopatologiche e necessitano un approfondimento puntuale con un professionista che sappia esplorarne le caratteristiche e i contenuti. La presenza di sintomi psicotici viene spesso associata a schizofrenia ma non è sempre questo l’unico quadro clinico in cui si presentano.
Più spesso le voci interne sono il risultato di un adattamento della mente a situazioni traumatiche che hanno provocato dolore e sofferenza, cui il sistema emotiva ha dovuto reagire creando una divisione interna del sé utile a superare le difficoltà del momento, ma costosa in termini adattivi e nei suoi effetti a lungo termine. Di fronte a situazioni imprevedibili, soverchianti e senza sbocco, la mente umana sviluppa una incredibile capacità di fronteggiare gli eventi, ottimizzando le risorse per raggiungere la migliore sopravvivenza possibile. Ecco a cosa ci serve dividere il nostro sé in parti diverse: ogni voce interiore nasce in un contesto emergenziale in cui la sua presenza è servita alla persona per sopravvivere emotivamente e fisicamente a situazioni avverse, specie se avvenute nell’infanzia.
Voci bambine spaventate e ansiose possono avere la funzione di conservare e manifestare intensamente un bisogno di vicinanza e protezione che altrimenti temono di non riuscire a soddisfare; voci critiche e svalutanti possono nascere in momenti di pericolo in cui abbiamo avuto bisogno di combattere e non “perdere” tempo con emozioni dolorose e possono aver insegnato a non sentire, a non essere vulnerabili, a non mostrarsi mai impreparati. Voci minimizzanti e iper-razionali possono essere l’evoluzione di un necessario istinto di evitare il dolore e possono ostacolare le più normali attività quotidiane, facendo sentire chi le vive completamente inadeguato ad affrontare rischi, con l’obiettivo più alto di evitare in modo assoluto il rischio di deludere se stessi e gli altri. La procrastinazione può nascere da queste voci interne che si insinuano nel presente offrendo una via di fuga veloce a costo di rinunciare alla propria soddisfazione: è più sicuro rimandare, lasciar perdere, non lottare perché tanto è inutile, arrendersi per non soffrire di nuovo. Voci arrabbiate e minacciose possono invece nascere da situazioni in cui non è stato possibile difendersi e allora il sistema emotivo è portato a conservare quella reazione inespressa e ad usarla tutte le volte che incontriamo un ingiustizia o subiamo un torto; anche queste voci servono a ricordare al sistema emotivo il diritto di difesa, ma la loro intensità a volte può superare le effettive necessità del presente e rendere impossibile difendersi nei modi che essa impone. Voci suicidarie possono costituire una presenza insidiosa e difficile da individuare, ma spesso restano sullo sfondo del sistema emotivo come ultima ratio, a volte possono manifestare la loro potenza in comportamenti autolesivi. L’ultima arma della mente per evitare il dolore. A volte di tratta di voci più attive che possono portare a mettere a rischio la vita, altre volte si presentano come voci più fredde, sarcastiche, razionali pronte a offrire una soluzione estrema di fronte alla paura o alla vergogna di ri-sentire il dolore vissuto.
Nessuna parte di noi, neanche la più aggressiva, nasce nel nostro sistema con un intento distruttivo o masochistico. Anche le voci più estreme, costituiscono un estremo tentativo di protezione. Avvicinarsi a queste voci può far paura, ma un lavoro terapeutico che riesca a guidare verso una migliore comprensione di come la mente umana impara a difendersi dagli attacchi esterni, può in molti casi aiutare a capire il manifestarsi di stati interni angoscianti o conflittuali che altrimenti risulterebbero inspiegabili.
Nella terapia del trauma è centrale favorire lo sviluppo di una nuova parte di sé compassionevole, benevola e attenta ai bisogni e alle necessità di ogni parte. Ogni voce interna ha avuto un ruolo nella sopravvivenza e merita un posto nel processo di guarigione. 

“La compassione è il coraggio di calarsi nella realtà dell’esperienza umana.”

“Compassion is the courage to descend in to the reality of human condition”

Paul Gilbert

Il filmato che segue è un bellissimo contributo in questa direzione di cura e comprensione di come il trauma può influenzare la mante umana e di come il coraggio e la compassione verso se stessi possano essere la via più sicura per accompagnarsi fuori dal dolore.

Dovevi reagire! Sopravvissuti sotto attacco

Sono ormai note le reazioni emotive più comuni legate allo stress post traumatico: allerta, ipervigilanza, flashback, reazioni di evitamento, immagini intrusive degli eventi traumatici, distacco emotivo, dissociazione, alterazioni della coscienza. Ma la società è davvero pronta a capire?
Ogni essere umano è unico e speciale nelle sue caratteristiche, nella sua evoluzione e nella sua irripetibile storia. Tuttavia di fronte a pericoli potenzialmente mortali diventiamo tutti uguali e riveliamo un range molto più limitato di reazioni possibili: l’attacco, la fuga, l’immobilizzazione (congelamento o resa), lo svenimento. Ognuna di queste reazioni di fronte ad un pericolo di vita è guidata da pattern automatici che il nostro cervello rettiliano – il più antico e più legato alla sopravvivenza – mette in atto senza la mediazione della corteccia, e quindi senza una nostra capacità decisionale, intenzionale e volontaria, e seguendo una precisa gerarchia emergenziale: per un pericolo di vita ancora affrontabile il nostro cervello rettiliano ci “suggerisce” di provare a combattere e reagire, se il pericolo è inaffrontabile le gambe si mettono in moto per fuggire, se il pericolo è soverchiante e non possiamo fare più nulla per evitarlo il sistema nervoso ci spegne letteralmente e restiamo immobili, per restare nascosti (congelamento) o per non sentire il dolore o il terrore estremo della morte (resa o svenimento).

La ragione di questa organizzazione automatica e gerarchica del nostro sistema nervoso è semplice: se siamo in emergenza l’elaborazione cosciente delle informazioni sensoriali sarebbe troppo lenta per metterci in salvo! Per questa ragione l’evoluzione ha lasciato nel nostro sistema nervoso la possibilità di avere reazioni emotive e comportamentali istintive e non mediate dal ragionamento. Fin qui tutto chiaro e ampiamente documentato dalle neuroscienze e in particolare nel lavoro di ricerca del Dott. Stephan Porges nella sua Teoria Polivagale (vedi altri contributi sul tema).
Ma quali risposte siamo davvero in grado di accettare, culturalmente ed emotivamente?
Una volta superato il pericolo di vita e rientrati in un contesto di sicurezza fisica, relazionale ed emotiva la mente riprende il suo funzionamento regolare, reimmettendo la nostra coscienza nel flusso abituale di pensieri, ragionamenti, emozioni, comportamenti e reazioni che normalmente regolano la nostra quotidianità, le nostre scelte e relazioni. A questo punto la complessità  che ci contraddistingue come esseri umani emerge, lasciando spazio alla riflessione, alla valutazione di quello che ci è accaduto e al giudizio sulla qualità e sul valore delle nostre reazioni. Dimentichiamo che abbiamo delle reazioni innate e uguali per tutti i mammiferi e iniziamo a giudicare positivamente o negativamente noi stessi in base alla forza mostrata nel combattere, alla velocità con cui siamo scappati via o più spesso nell’autobiasimo rispetto a quello che avremmo dovuto o potuto fare. Un ultimo tentativo della  mente di recuperare controllo su quello che ci è accaduto, che si rivela tuttavia e troppo spesso un ostacolo alla guarigione e al superamento del trauma.
La gazzella una volta fuggita dal leone, torna a cercare cibo e ad unirsi al suo branco senza ricevere giudizi e senza tormentare se stessa per essere stata vittima di un attacco. Noi no, e questo complica un bel po’ le cose.
Nell’intervista a Stephan Porges che segue, recentemente pubblicata su The Guardian, emerge una riflessione importante: quali reazioni umane sono davvero tollerate dalla nostra società? La comprensione del nostro funzionamento mentale può affrancarci dal giudizio o dall’autobiasimo?
The Guardian: Intervista a Stephan Porges “Survivors are blamed because they don’t fight”
La nostra cultura occidentale sembra premiare le risposte di attacco e le reazioni di sfida, riesce appena a tollerare le reazioni di fuga come ultima ratio, ma mostra un pericoloso e inspiegabile disprezzo per le reazioni di sottomissione e resa, altrettanto automatiche e necessarie come le prime due. Anzi, la sottomissione e la resa sono le uniche reazioni salva-vita quando siamo davvero in condizioni estreme, inevitabili e insostenibili. Sottomettersi, arrendersi, non reagire sono in certi casi la reazione più saggia possibile. Ma purtroppo non siamo gazzelle.
Allora i sopravvissuti che non hanno potuto lottare o che non hanno trovato una via di fuga diventano per la collettività persone da giudicare: deboli, fragili, inette, senza forza di volontà o che addirittura volevano intimamente e inconsciamente vivere il trauma che ha segnato la loro vita! Un clamoroso errore di valutazione, comune tra i clinici come tra i non addetti ai lavori.
Il risultato culturale – che poi diventa clinico e sintomatologico per i sopravvissuti – si traduce in una trappola di vergogna e di colpa davvero difficili da elaborare e spesso peggiori, perché più duraturi, degli eventi traumatici che pur hanno attraversato.
Questo giudizio è ad oggi culturalmente inaccettabile oltre che scientificamente scorretto, sebbene racconti anch’esso la natura umana di fronte al dolore: il rifiuto della violenza, la paura del dolore fisico e mentale, l’impossibilità di ammettere le manifestazioni più crudeli dell’essere umano, in una parola: la negazione, del trauma e dei suoi effetti.
De-responsabilizzare le vittime è il primo passo per aiutarle a capire se stesse e a riappropriarsi della propria storia, per diventare consapevoli del proprio ruolo nel mondo e nel trauma vissuto, ma senza dubbi sulla natura delle proprie necessarie risposte di sopravvivenza.
Per questo è importante e cruciale promuovere una cultura del trauma che spieghi le reazioni, che insegni a rileggere le reazioni dei sopravvissuti in una chiave chiara e scevra di interpretazioni: siamo tutti uguali di fronte alla minaccia.
Buona lettura!
 
Approfondimenti:
Stephan Porges (2014). La Teoria Polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Giovanni Fioriti  Editore.
Robert Sapolsky (2018) Perché alle Zebre non Viene l’Ulcera? La più istruttiva e divertente guida allo stress e alle malattie che produce. Con tutte le soluzioni per vincerlo. Ed. Castelvecchi

Disturbo Borderline e trauma precoce: cosa nasce prima?

Uno dei disturbi più presenti nello scenario comune e più raccontati in cinematografia è il disturbo Borderline di personalità.
Ma di cosa parliamo esattamente? Quali sintomi o condizioni cliniche o storie di vita lo contraddistinguono?
Ecco alcune delle caratteristiche caratteriali e comportamentali più ricorrenti:
Cronica paura dell’abbandono, difficoltà nel regolare emozioni, autolesionismo, ideazione suicidaria, instabilità nelle relazioni, tendenza a creare relazioni intense e simbiotiche, alternanza tra svalutazione e idealizzazione dei legami affettivi, impulsività, abuso di sostanze, pensieri ricorrenti legati al suicidio, identità incerta e instabile, difficoltà nel definire obiettivi di vita e mantenere aspirazioni, valori, soddisfazione personale, alterata percezione del rischio con tendenza a esporsi a situazioni pericolose per la salute o per la vita.

Come terapeuta cognitivo-evoluzionista, la storia costituisce per me la parte fondamentale di ogni raccolta anamnestica: la storia di vita indica i principali eventi positivi e avversi che la persona ha affrontato nell’arco della sua vita fino al momento della consulenza terapeutica, ma anche le principali strategie di resilienza e di difesa che ha dovuto e potuto mettere in campo per sopravvivere, letteralmente o emotivamente, a condizioni sfavorevoli e che hanno provocato dolore. Tuttavia esistono le diagnosi e ogni clinico ha il dovere di orientarsi in un panorama categoriale che permette a terapeuti e pazienti di “inquadrare” il problema emotivo, di offrire una “etichetta” ai sintomi e non alla persona, con l’obiettivo di scegliere le linee guida terapeutiche più indicate e validate per quella specifica diagnosi o condizione clinica. Per quel malessere cui spesso è difficile dare un nome.
La chiave evoluzionistica è strettamente connessa alla cornice psicotraumatologica, che è quella branca della psicologia che si occupa di indagare prima e di lavorare poi sulle tracce cliniche e sintomatologiche che eventi di vita traumatici possono aver lasciato nella mente, nel corpo e nel sistema emotivo di una persona. L’indagine della storia traumatica è fondamentale per comprendere quali eventi di vita hanno creato delle “fratture” nella evoluzione emotiva della persona e soprattutto per capire come quella persona è riuscita ad andare avanti e a ri-organizzare la sua vita, la sua identità, la sua emotività e la sua capacità di creare relazioni solide e nutritive a seguito di quella frattura.
Le ferite generate da uno o più eventi di vita traumatici, possono annidarsi nel sistema emotivo e diventare nel tempo sintomi che generano grave malessere psicologico. Indagare i sintomi in una chiave evoluzionistica e psicotraumatologica permette di considerare quelle abitudini o reazioni emotive maladattive del presente o pattern relazionali, come il risultato di soluzioni emotive che sono state adattive nel passato, nel loro contesto originario di emergenza o di paura, ma si rivelano troppo costose o inutili o talora dannose nel presente della persona.
Di seguito il link ad un mio contributo pubblicato su PsychiatryOnLine, per la Rubrica Fantasmi nel sè di AISTED – Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione:

“Disturbo Borderline o Dissociazione Traumatica? Il caso di Linda”

di Camilla Marzocchi

Buona lettura!

Le ragioni del Grinch: per un Natale trauma-informed

Il Grinch, celebre film di Ron Howard (2000) tratto dall’omonimo libro di Dr. Seuss (How the Grinch Stole Christmas), è l’ormai mitico protagonista di una fiaba che rappresenta per eccellenza la Resistenza allo spirito di condivisione del Natale e diventa l’unico (quasi) antieroe che ricorda al mondo che il Natale non è per tutti una grande festa. La scontrosità, la diffidenza, la solitudine, lo scherno non si fermano davanti alle luci lampeggianti e di certo i regali non rendono più sicuro il contatto con il mondo, la comunità, gli altri. Nonostante questo anche quella de Il Grinch è una favola e come tutte deve finire bene, ma lo stimolo che porta con sé non è per nulla scontato e inappropriato. Se ci fosse davvero spazio e rispetto per il “malumore natalizio”, avremmo modo di capirne meglio le ragioni e concederci qualche riflessione autentica sulla condivisione, sulla gioia e sulla solidarietà che i questi giorni ci avvolge e travolge tutti.
L’esperienza clinica e l’esperienza di chiunque osservi le persone che ha intorno è ricca di esempi e situazioni che sembrano tutt’altro che luccicanti, ma tuttavia la giostra corre veloce e bisogna salirci su. Qualche volta tra l’altro ci si diverte lo stesso, a dispetto dei timori e della paure iniziali, ma è necessario considerare quando non è così e quando al contrario le avventure natalizie assumono la forma di un luogo cupo e pieno di fantasmi.
“Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).” (fonte Istat, 2014)
“Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: » 1 adulto su 4 (25%) nel mondo è stato abusato fisicamente da bambino; » il 36% degli adulti dichiarano di aver subìto un abuso psicologico; » 1 donna su 5 (il 20%), 1 uomo su 10 circa (5-10%) ha subito abuso sessuale da bambino; » 1 donna su 3 è stata vittima di violenza fisica o sessuale perpetrata dal proprio partner; » 1 anziano su 17 è vittima di violenza. (fonte Global Status Report on Violence Prevention, pubb. 11 dicembre 2014).
“In Italia circa 47,7 minorenni su 1000 sono seguiti dai Servizi sociali per varie tipologie di bisogni. Di questi 457.453 minori presi in carico circa 1 bambino ogni 5 è vittima di maltrattamento per abuso sessuale (76,5%), maltrattamento fisico (71%), violenza assistita (63,6%), trascuratezza materiale e affettiva (59,8%).” (fonte Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza | CISMAI | Terre des Hommes, 2015).
Se le statistiche sulla violenza intra-familiare e domestica non mentono, allora il luogo più pericoloso sembra essere proprio la famiglia e diventa inevitabile pensare oggi che gli incontri familiari dei prossimi giorni non saranno solo e per tutti un’occasione per ricordare le tradizioni del passato, condividere momenti insieme e raccontarsi le speranze per l’anno che verrà. Le statistiche ci suggeriscono piuttosto che molti bambini e molti adulti saranno probabilmente in pericolo durante le affollate riunioni familiari, probabilmente esposti a situazioni di rischio e di conflitto tutt’altro che rilassanti e che non sarà per tutti facile, né talora saggio!, seguire il dictat assoluto della condivisione.
Per chiunque la famiglia sia un luogo di pericolo, sofferenza e dolore, sarà necessario e forse utile ricordare alcuni diritti inalienabili che ognuno di noi ha e che lo “spirito del Natale” non può in nessun caso cancellare.
Quello che senti va bene. Se senti gioia, va bene, Se senti rabbia, va bene, Se senti tristezza, va bene. Se senti imbarazzo, va bene. Nessuno di noi sceglie cosa sentire, ma quello che sentiamo in alcune situazioni può arrivare dal passato e dalle esperienze negative o positive che abbiamo vissuto. Non ci sono emozioni giuste, solo reazioni emotive necessarie che possiamo decidere di esprimere oppure no, ma che è sempre utile rispettare e ascoltare perché ci dicono qualcosa di noi, di come stiamo e di cosa possiamo fare per aiutarci.
Proteggerti è tuo diritto. Non sei obbligato a incontrare chi ti ha fatto del male, non sei tenuto ad augurare un buon anno a chi ti ha picchiato, stuprato, umiliato. Nessuno merita di esporsi alla sofferenza, al pericolo o alla paura, se qualcuno te lo chiede non riesce a capire cosa provi o non ti sta rispettando come essere umano.
Puoi dire di no. E’ tuo diritto rifiutare situazioni che ti mettono a disagio, che ti spaventano, che ti fanno sentire minacciato/a o che semplicemente non ti piacciono. Che sia una cena affollata o un pranzo delizioso, non sei obbligato a spiegare, non devi per forza resistere se il dolore o la paura ti fanno sentire in balia degli eventi o degli altri. Nessuna tradizione vale la tua sofferenza. Ogni tradizione può essere cambiata e tu hai diritto di partecipare a questo cambiamento.
Difendi i tuoi confini. Ognuno ha diritto di scegliere per sé, esprimere le sue opinioni, avere i suoi valori, bisogni, pensieri, emozioni. Nessuno ha il diritto di ricattarti, minacciarti, insultarti, controllarti, costringerti. Nessuna forma di amore prevede questo, chi lo fa non ti rispetta ed è tuo diritto difenderti.
Trova un luogo sicuro. Se sei nella tua casa, ricorda che è tuo diritto avere uno spazio dove gli altri non potranno entrare. Se sei lontano dalla tua casa, cerca un luogo nuovo in cui puoi sentirti al sicuro e in cui puoi scegliere con chi stare o non stare. Se non è possibile, prova a cercare un luogo nella tua mente o a ricordare il volto di qualcuno che ti aiutato nel passato. E’ importante sapere che non è necessario vivere sempre in allerta o nel caos. Tutti hanno il diritto di vivere tranquilli ed essere lasciati in pace, anche tu.
Scegli chi vuoi vicino a te. Non sei obbligato a coltivare tutte le relazioni che incontri, anche tu puoi scegliere con chi stare, di chi fidarti, chi ti piace e chi non ti piace. Se le relazioni non ti fanno stare bene, possono concludersi, non è colpa di nessuno.
Prenditi cura di te. Se hai bisogno di correre, corri. Se hai voglia di leggere, leggi. Se hai voglia di stare da solo, resta solo. Se hai voglia di abbracciare, abbraccia. Se hai voglia di dormire, riposa. Se hai delle abitudini che ti fanno stare bene, rispettale. Anche se condividi il tempo e lo spazio con gli altri, puoi continuare a prenderti cura di te e ascoltare i tuoi bisogni. Non sei egoista se ti prendi cura di te. Ognuno dovrebbe farlo per sé. Stare insieme agli altri, non vuol dire rinunciare o sacrificarsi per loro, anzi arricchirsi reciprocamente è possibile solo se ognuno è libero e padrone di sé.

Qualunque cosa tu abbia scelto di fare, ti auguro di restare vicino a te stesso e alle tue emozioni durante queste festività e per tutto l’anno che verrà!


 
 
 

Invulnerabilità e trauma: in fondo non è stato nulla di grave

Il trauma infantile in psicoterapia è storicamente oggetto di analisi per i suoi effetti a lungo termine sulla vita di chi lo ha vissuto. C’è ormai ampio accordo tra terapeuti di tutto il mondo, sull’idea che eventi di vita traumatici e avversi, soprattutto se avvenuti nella prima infanzia e nel contesto familiare, possano causare ferite emotive profonde, capaci di modificare su più livelli – fisiologico, emotivo, comportamentale, relazionale e sociale – la traiettoria evolutiva della persona colpita. (Herman, 1992; Lanius, 2012; Liotti, Farina, 2011; van der Kolk, 2015). Abuso sessuale, violenza fisica e verbale, ipercriticismo, aggressioni, bullismo: le storie dei pazienti che mostrano sintomi di sofferenza psicologica e stress post-traumatico sono costellate da eventi di questo genere e spesso fino all’arrivo in terapia la persona non ha mai considerato il legame tra quegli eventi traumatici del passato e la sua sofferenza attuale.
Fin qui nulla di nuovo e molto è stato ampiamente già descritto nella letteratura scientifica, nonostante l’attenzione altalenante e l’ambivalenza con cui il tema degli effetti fisici e psichici del trauma e dell’abuso infantile sia stato trattato negli anni (ACE Studies, Felitti, 1998; Lanius, 2012;).
Ma cosa succede quando il trauma è invisibile? Quando non è la minaccia, ma l’assenza di protezione a creare il danno più grave? Quando non è la violenza diretta, ma la costante assenza di uno sguardo amorevole a lasciare ferite?
Quello che ancora rischia di cadere vittima del negazionismo più resistente è oggi il neglect emotivo o trascuratezza. Il “danno da negazione del danno”: sembra un gioco di parole, ma chi ha vissuto questa condizione credo non faccia molta fatica a riconoscere di cosa si sta parlando.
Il negazionismo è stato spesso l’ostacolo al riconoscimento di grandi e storiche ingiustizie, poiché determina un immediato congelamento a accantonamento delle emozioni negative e collude con l’impossibilità di esplorare le responsabilità, di riconoscere il danno e dunque di farsi carico della cura e della protezione delle vittime.
La negazione è una difesa psicologica che può stratificarsi e colpire a diversi livelli la vittima: il primo strato riguarda proprio la vittima stessa, che può negare e minimizzare l’esperienza vissuta, avere dubbi sulla sua responsabilità o meno e restare incastrata tra paura, rabbia e la colpa anche per molti anni; il secondo strato riguarda la famiglia – spesso teatro principale dei più gravi abusi emotivi nell’infanzia  – e la negazione di quello che è avvenuto, o la negazione del modo in cui è accaduto, o ancora la minimizzazione della violenza laddove riconosciuta, o ancora il criticismo sulle reazioni legittime della vittima al trauma vissuto; il terzo strato riguarda la comunità di appartenenza, l’adeguatezza dei servizi che ruotano intorno alla vittima e le possibilità di accedere ad un contesto comunitario protettivo e capace di raccogliere sia segnali precoci di sofferenza, sia gli effetti devastanti successivi. Infine c’è l’ultimo strato: la legge, la società e la politica che hanno la responsabilità di prendere posizione su temi così scottanti, di far ottenere un giusto riconoscimento del danno subito per le vittime e di garantire un processo rispettoso degli effetti psicologici e fisici del trauma, soprattutto infantile, su chi l’ha subìto. Le strade della negazione sono tante, ma il risultato è spesso lo stesso per chi lo subisce: un vissuto profondo di difettosità, di essere sbagliati, di non valere abbastanza e l’impossibilità certificata di essere compresi e protetti.
Spesso il ricordo degli abusi e delle violenze subite è sin da subito accessibile alla memoria e permetterebbe in molti casi un lavoro immediato di elaborazione dei ricordi traumatici, al fine di sciogliere i sentimenti di colpa, impotenza e rabbia e permettere alla vittima di andare avanti verso la cosiddetta crescita post-traumatica. Nessun processo di elaborazione è mai semplice e lineare, e le difese naturali che ogni paziente può mettere in campo per evitare di sentire il dolore del passato sono molte e tutte necessarie; tuttavia nell’esperienza clinica quotidiana gli ostacoli più rigidi e resistenti al lavoro di elaborazione dei ricordi sono costituiti soprattutto da quell’insieme di esperienze di negazione – soprattutto se vissute all’interno della famiglia – e che hanno costretto la vittima a sopprimere le proprie emozioni e sviluppare solide strategie difensive, adatte a proteggersi da ogni attacco, da ogni esposizione al pericolo, da ogni piccolo rischio di dare la propria fragilità “in pasto” a caregiver gravemente inadeguati o talora minacciosi. L’insieme di queste strategie apprese crea alcune tra le più solide barriere dissociative (negazione, evitamento, rimozione) e ostacola la possibilità del paziente di riconoscere ed entrare in connessione con le emozioni dolorose della sua infanzia. La negazione vissuta all’esterno, si ripete dunque all’interno e spesso con più forza e determinazione.
Il trauma da omissione, la trascuratezza fisica e affettiva, l’invisibilità, l’assenza di protezione, la solitudine, l’abbandono alimentano un paradosso difficile da sciogliere: in questi casi il dolore non è generato da un comportamento violento, da un gesto maltrattante visibile e identificabile, ma al contrario è causato da un vuoto, dall’assenza di azioni di cura e di protezione, dalla mancanza di qualcosa che non è stato mai neppure conosciuto, la cui assenza però ha generato angoscia, terrore, senso di morte e di non esistere.
In pratica un nemico invisibile che diventa difficile contrastare. L’unica soluzione efficacie diventa allora chiudere ogni accesso a quelle emozioni e non esporsi mai al confronto con quegli eventi e con tutto quel dolore inspiegabile.
MA cosa succede in terapia?
Quando l’invulnerabilità diventa la cura al dolore, allora l’accesso e il riconoscimento di queste emozioni diventa davvero molto difficile e quello che potrebbe aiutare a superare il trauma, è allo stesso tempo fonte di minaccia poiché richiede un’esposizione di quei vissuti. La paura crea un paradosso: per essere aiutato devo espormi, ma per salvarmi devo evitare ogni emozione.
Del resto se da bambino esporre i miei bisogni, esprimere emozioni e finanche essere malato ha raccolto questa grave mancanza di sintonizzazione, allora imparerò a tenere tutto dentro per non rinnovare il dolore del rifiuto e nel tempo maturerò alcune idee fondanti che sarà difficile sradicare:

  • devo sempre essere auto-sufficiente
  • non posso mostrarmi debole
  • non ho bisogno di nessuno, non devo dipendere dagli altri
  • non serve piangere, chi piange è pigro e disfattista
  • per me non c’è nessuno, quindi devo cavarmela da solo
  • essere perfetto è il minimo per iniziare qualcosa
  • stare in allerta è l’unico modo di difendersi
  • se mi rilasso, sarò ingannato
  • mai fidarsi di nessuno
  • non merito niente di buono

Le emozioni del bambino del passato vengono congelate efficacemente, ma i suoi bisogni continuano a vivere al interno del sistema emotivo annidati nel corpo che si ammala, nei pensieri negativi che ricorrono o nelle reazioni emotive soverchianti. Il bambino diventa un soldato e dimentica una parte di sé, per riuscire a far fronte al presente che richiede di ottimizzare le risorse e di orientarle subito alla soluzione dei problemi.
Recuperare i rapporti con le emozioni di quel “bambino soldato” è la sfida più grande per le persone che hanno sempre bisogno di sentirsi invulnerabili, ma che sono sopravvissute, fisicamente o emotivamente, a traumi relazionali legati alla trascuratezza, all’ipercriticismo, alla mancanza di cure. Le emozioni di colpa e vergogna assumono dimensioni enormi e devono essere affrontate nel presente, proprio perché nel passato hanno subito quella negazione e di quel mancato riconoscimento che avrebbe almeno potuto aiutarli a capire che quello che stavano vivendo era una guerra vera e non un gioco innocente finito male.

Young boy soldier portrait

Bibliografia:
L’impatto del trauma infantile sulla salute e sulla malattia. L’epidemia nascosta, a cura di Lanius, E. Vermetten, C. Pain, Giovanni Fioriti, 2012.
Herman, Judith Lewis [1992]. Trauma and recovery: the aftermath of violence – from domestic abuse to political terror. New York: BasicBooks. (Ed.It, Guarire dal Trauma: Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, a cura di R.Russo, Magi Edizioni, 2005)
Bessel van der Kolk (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffello Cortina, Milano.
Gianni Liotti, Benedetto Farina (2011) Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa.Raffaello Cortina Editore, Milano.
Felitti, VJ, Anda, RF, Williamson, DF, Spitz AM, Edwards, V, Koss, MP, Marks, JS.“Relationship of Childhood Abuse and Household Dysfunction to Many of the Leading Causes of Death in Adults. The Adverse Childhood Experience (ACE) Study.” American Journal of Preventive Medicine in 1998, Volume 14, pages 245–258.

Stress Post-Traumatico e serie TV: il caso di Thomas Shelby

In questi giorni di vacanza e tempo libero, in molti avranno vissuto un altro – e meno gradito – grande classico del Natale: l’influenza stagionale! Tra febbre, tosse e nervosismo da ferie perse, saranno in tanti ad essere caduti tra le braccia rassicuranti e sempre disponibili di una lunga serie tv.
Per chi fosse finito nella rete del “Binge Watching” – senza entrare nel merito delle sue versioni più patologiche! – tra le ultime uscite prenatalizie non avrà certamente perso l’ultima stagione dei Peaky Blinders, serie tv britannica scritta e ideata da Steven Knight nel 2013, e le sfide del suo fascinoso protagonista: Thomas “Tommy” Shelby  (Cillian Murphy). I fratelli Shelby – ‘in arte’ Peaky Blinders – sono una gang di Birmingham e vivono nella zona povera della città, Small Heath, loro quartier generale da quando gli antenati gitani hanno scelto di insediarsi in città e mettere su attività illegali. La storia inizia nel 1919, quando tutti i fratelli rientrano dalla Francia, dove hanno combattuto la prima guerra mondiale, e riprendono possesso dell’ “azienda di famiglia” affidata negli ultimi anni alle sorelle rimaste ad aspettarli.
Ma cosa trovano al loro rientro? Il nemico combattuto in Francia, li aspettava tra le mura di casa. Una volta tornati liberi e padroni della città infatti, tutti i fratelli iniziano a sviluppare comportamenti bizzarri e imprevedibili: scatti d’ira, reazioni emotive incontrollate, abuso di sostanze e una eccessiva ricerca di rischi e efferatezze.
Come ormai in molte serie tv, il Disturbo da Stress Post-Traumatico diventa il “lato oscuro” di questi antieroi, il motore del loro agire e della narrazione stessa. Ma vediamoli più da vicino.
Tutti i sintomi del Disturbo da Stress Post-Traumatico (o nevrosi da guerra) sono ormai noti e riconoscibili anche per il grande pubblico: flashback, insonnia, incubi, allucinazioni, esplosioni di rabbia, depressione, abuso di sostanze. I fratelli Shelby reduci dalla guerra mostrano segnali evidenti di questa grave sofferenza psicologica che, aldilà della fiction cinematografica, può essere molto invalidante ed esporre al rischio di suicidio. Arthur e John sono aggressivi, irritabili, abusano di whiskey e cocaina, provano eccitamento nel minacciare, uccidere, sottomettere. Spesso perdono di vista gli affari o peggiorano in modo drammatico il loro comportamento di gangster, perdendo anche la stima e la fiducia della famiglia. Tommy Shelby invece appare diverso. La guerra non sembra aver intaccato la sua capacità di pianificare, di “proteggere” gli interessi di famiglia e di sedurre amici e nemici di ogni genere. E’ sempre in controllo delle sue emozioni e di quelle degli altri. Riesce a superare nuovi lutti e incidenti, nuove morti e abbandoni. E’ sempre vigile e capace di cogliere pericoli prima degli altri, restando calmo e capace di offrire sempre un piano B, per tutti.
Cosa permette a Tommy Shelby di restare così lucido, distaccato e impermeabile alla paura? Resilienza? Intelligenza? Narcisismo? Dissociazione?
Certamente una buona dose di Narcisismo sembra sostenerlo nei momenti di difficoltà e garantirgli un buon livello di energia psichica per andare avanti, inseguendo il sogno di abbandonare la malavita e scalare i vertici della politica del suo paese. Tuttavia questa autostima iperbolica non funziona affatto quando il trauma della guerra riemerge fuori dal suo controllo e proprio nei momenti di calma e serenità: il Narcisismo fallisce di fronte alla violenza dei sintomi da stress post traumatico e non lo aiuta a tenere insieme le parti diverse della sua identità, pre e post-traumatica. Quando è al sicuro Thomas Shelby diventa infatti improvvisamente vulnerabile: si trasforma, arrivano flashback, allucinazioni, paranoia, paura e una grave frammentazione del sé che ci mostrano tutta la gravità della Dissociazione traumatica interna di cui soffre. Abbiamo dunque due Tommy, uno “debole ed emotivo” che conserva sotto traccia i ricordi traumatici e il dolore della guerra, l’altro “forte e visibile agli altri” che è sempre pronto alla prossima battaglia. Quest’ultimo in effetti ha bisogno di una sfida per esistere, altrimenti le emozioni dell’altro prendono troppo spazio e forza nella sua mente. Questa alternanza rende la narrazione molto avvincente, ma allo stesso tempo ci permette di rintracciare sul piano clinico la presenza di sintomi post-traumatici solitamente meno evidenti, ma molto più frequenti nella realtà clinica delle persone che hanno vissuto una o più situazioni traumatiche, anche quando la loro parte più soffrente è offline. Ecco i sintomi post-traumatici che la parte “forte” di Tommy Shelby lascia trasparire:

  • Il pervasivo distacco emotivo in situazioni emotive o di pericolo estreme, è primo e più importante segnale dissociativo. Salta la percezione del rischio e del pericolo di vita.
  • Evitamento di situazioni o di argomenti legati al trauma, attraverso la manipolazione del contesto e delle persone. L’obiettivo implicito e non riesporsi alla situazione temuta.
  • Ritiro dalle relazioni, Pervasivo senso di sfiducia nell’essere aiutati, Autonomia ed autosufficienza estreme anche di fronte a gravi difficoltà.
  • Umore negativo e pensieri negativi persistenti su sé, sugli altri e sul proprio futuro
  • Perdita di senso del sé e di obiettivi di vita prima importanti.
  • Bisogno di sedare l’ansia attraverso l’uso di sostanze.
  • Ricerca compulsiva del sesso per regolare emozioni sgradevoli e intollerabili.
  • Il bisogno eccessivo di controllo su ogni aspetto della vita personale e familiare.
  • Senso pervasivo di colpa e vergogna, anziché una sana e forse più tollerabile responsabilità.

Le fiction ci offrono spesso uno spaccato della psicopatologia con la superficialità e la leggerezza che il contesto richiede, ma possono tuttavia offrire una rappresentazione chiara – seppur cinematografica – che permette importanti riflessioni cliniche.
Un primo spunto clinico è legato proprio alle caratteristiche esteriori di Thomas Shelby e ci ricorda l’importanza, nella clinica quotidiana, di indagare e riconoscere sempre anche i sintomi più nascosti del Disturbo da Stress Post-Traumatico e non subire la “fascinazione” di alcune identità, o parti della personalità, narcisistiche, iper-razionalizzanti o evitanti, che tendono a mettere una maschera apparentemente normale, alle emozioni più intollerabili e dolorose legate al trauma. Questa maschera permette da un lato di “ri-organizzare” il proprio mondo interno così frammentato, ma ostacola dall’altro la comprensione della sofferenza emotiva, innalzando difese forti contro ogni intervento clinico. Quando assistiamo a questo tipo di sintomi nascosti, gli episodi più importanti da esplorare con i pazienti non sono solo quelli legati ai comportamenti distruttivi, di dipendenza o di rischio, ma soprattutto i momenti di noia e di vuoto, le giornate più calme e prive di impegni, le ore di solitudine. Solo da questa finestra è possibile intravedere la frammentazione interna e iniziare a prendersene cura.
Un secondo spunto clinico, che emerge chiaramente nella narrazione, è inoltre l’importanza nell’osservare nei pazienti la ciclicità dei sintomi a l’alternanza di periodi di calma a periodi di malessere. Quello che risulta nella fiction un facile espediente narrativo, diventa nella vita reale dei pazienti una “gabbia” in cui tendono a ripetersi ciclicamente emozioni, pensieri e comportamenti sempre uguali e difficili da evitare. La sensazione di non avere il controllo sulle proprie azioni, salvo poi recuperarlo attraverso strategie disfunzionali o dannose, è il ciclo da individuare e interrompere in terapia, osservando le emozioni che lo muovono e lo rendono necessario.
Con un appropriato intervento clinico Thomas Shelby non avrebbe probabilmente più avventure da raccontare, ma nella realtà clinica senza un appropriato intervento clinico il Disturbo da Stress Post-Traumatico tende a peggiorare nel tempo e ripresentarsi anche a distanza di molti anni nello stesso identico modo. Tendono inoltre a peggiorare anche l’umore e l’ideazione suicidaria esponendo la persona e i suoi familiari a rischi gravi per la salute.
Dunque lunga vita a Thomas Shelby! Ma resta importante nella vita reale cercare invece una risoluzione e darsi la possibilità di elaborare i traumi del passato, affinché non condizionino così intensamente il nostro presente e la nostra personalità.

“Briciole. Storia di un’anoressia.”, di Alessandra Arachi

“E’ difficile credere all’anoressia mentale. Chi la osserva da fuori non riesce a concepire che il cibo possa diventare un nemico all’improvviso. Chi la vive non capisce più come sia possibile per le persone riuscire a mangiare senza pensieri, senza ansia, senza angoscia.”

L’incomprensione, la distanza e l’estraneità tra mondo interno e mondo esterno sembra il filo conduttore del celebre libro di Alessandra Arachi “Briciole”, pubblicato nel 1994 ma che resta ancora un valido riferimento per chi vive o voglia conoscere il mondo interiore di chi soffre di anoressia e bulimia nervosa.

“Briciole” è un testo diretto, spesso duro, che racconta senza giraci attorno i pensieri e le emozioni di chi vive ogni giorno la paura del cibo, del peso e di quello che rappresenta per la propria storia e per la propria identità. L’inizio dell’anoressia raccontata in prima persona dall’autrice è, come spesso accade, in adolescenza: il confronto faticoso con gli altri, il corpo che cambia improvvisamente e non sempre nel modo desiderato, l’osservazione attenta di ciò che i coetanei più apprezzano e poi all’improvviso l’idea che basti dimagrire per non sentirsi più esclusi!

Una semplice dieta. E in pochissimo tempo arrivano una pioggia di complimenti, sguardi complici, ogni giorno scorre più facile ad ogni chilo perso. Perché fermarsi? Così l’ammirazione degli altri diventa un nuovo nutrimento: insufficiente per il corpo, ma molto molto potente per la mente!

“In meno di un mese il cervello è riuscito a trasformare un pezzo di pane in un dannoso concentrato di zuccheri, l’olio in un accumulo irrecuperabile di grassi. Diffidavo di qualsiasi cosa commestibile, ma riservavo al cibo tutti i pensieri della mia giornata.”

Così inizia il calvario della protagonista: aver trovato nella magrezza una soluzione per sentirsi in controllo di se stessa e accettata dagli altri, farà della magrezza una vera e propria dipendenza.

Ma dove finiscono le emozioni dell’adolescente?

Vergogna, tristezza, rabbia, paura del giudizio, del rifiuto, di non valere abbastanza, di non essere amati, la solitudine, …tutto finisce in un piatto, che viene sistematicamente rifiutato e rispedito al mittente: negare le emozioni, la fatica, i problemi quotidiani e la realtà diventa una soluzione efficace che spegne le emozioni negative, finché queste non vengono completamente sommerse e dimenticate. Alessitimia.

L’impossibilità di dare un nome alle emozioni è uno dei sintomi più difficili e resistenti dei disturbi del comportamento alimentare, in cui le persone faticano a descrivere, riconoscere e sentire le emozioni connesse alle esperienze che vivono, pur mantenendo un’assoluta capacità di analizzare in dettaglio i pensieri, i comportamenti e talora le sensazioni fisiche che le hanno accompagnate.

In questa distanza tra razionalità estrema e azione pura, si collocano le emozioni, spesso negate e mal giudicate, fino al punto di essere considerate semplicemente un intralcio, un segnale inutile di debolezza, anziché il segnale di una sofferenza che meriterebbe di essere ascoltata e accolta.

Il cibo allora offre una soluzione immediata: la restrizione, il digiuno, il vomito, l’abbuffata diventano modi disfunzionali che permettono però di sentirsi “sotto controllo”, o meglio, “in controllo di se stessi e delle proprie emozioni”, più sicuri della propria immagine, più padroni della propria vita. Cosa succederebbe se lasciassimo andare un po’ di controllo?

Questo scenario semplicemente non viene  più esplorato e un circolo vizioso, disfunzionale ma rassicurante, prende il posto delle emozioni che non si riescono più neppure a nominare.

Nel libro viene descritta con grande delicatezza l’importanza di recuperare gradualmente questa esplorazione e la vitalità che porta con sé l’iniziare a sentire di nuovo. Briciole di emozioni positive possono aiutare lentamente ad affrontare briciole di emozioni che fanno più paura, per trovare insieme un modo più efficace di affrontarle.

Nutrire la resilienza e stimolare un senso di sé più forte e capace di affrontare le difficoltà è la grande sfida, iniziare a coltivare il dubbio che le emozioni non siano proprio così inutili e pericolose è il primo passo verso la guarigione.

“Briciole. Storie di un’anoressia”, di Alessandra Arachi (1994) Fetrinelli.

Trauma, vergogna e autobiasimo: come interrompere il circolo vizioso della colpa?

La vergogna è un’emozione paradossale: parlarne tende ad accrescerla, non parlarne la lascia indisturbata a condizionare i nostri pensieri e comportamenti. 

Esprimere empatia verso chi vive costantemente immerso in questa emozioni può suscitare imbarazzo e senso di inferiorità in chi ha solo voglia di nascondersi, allo stesso modo sottolineare successi e risorse può attivare timore di non meritarli o di non esserne all’altezza. Insomma, la vergogna più di altre emozioni è in grado di creare circoli viziosi di emozioni, pensieri e comportamenti difficili da modificare anche in psicoterapia, poiché il primo passo è proprio parlare ed esporsi inevitabilmente allo sguardo di almeno un’altra persona: il terapeuta!

Ovviamente possono esserci diversi tipi di vergogna e differenti gradi di intensità e pervasività. Certamente si tratta di un’emozione molto sotto stimata nel suo potenziale ruolo nel creare sofferenza psicologica e in alcuni casi psicopatologia.

Una delle condizioni più estreme in cui il lavoro sulla vergogna è tanto complesso, quando indispensabile è lavorare con pazienti cronicamente traumatizzati o vittime di abusi fisici e verbali nel corso della prima infanzia e prima età adulta.

L’essere esposti in famiglia a trascuratezza, costante criticismo, insulti, violenza fisica, abusi sessuali o a frequenti situazioni di umiliazione in un età in cui l’identità è ancora fragile e dai confini sottili, porta i bambini che attraversano questi eventi (e dunque gli adulti che saranno!) ad interiorizzare queste critiche e a farle proprie, come unica strategia possibile per conservare in qualche modo il legame con le figure di riferimento principali. Accettare le critiche e alimentare l’odio verso se stessi, diventa così una strategia funzionale a cercare alleanza e complicità con genitori maltrattanti, ma da cui dipende la propria stessa sopravvivenza.

Tutto questo avviene automaticamente nella mente ed è inizialmente davvero utile alla sopravvivenza, ma i suoi effetti emotivi e identitari a lungo termine possono essere molto negativi per lo sviluppo di una identità adulta, sana e centrata.

Il circolo vizioso della vergogna

Il passaggio dalla vergogna di essere criticati, rimproverati o attaccati all’autobiasimo (vergogna interiorizzata) e alla colpa per sentirsi profondamente sbagliati è la chiave per aiutare le persone che hanno vissuto situazioni di questo tipo ad interrompere il circolo vizioso e a sciogliere il legame patologico con gli schemi del passato. E’ normale “ereditarli” poichè questi modelli disfunzionali di accudimento vengono appresi in modo implicito e involontario, ma non è necessario mantenerli per tutta la vita e continuare a soffrire per questo.

Ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare Janina Fisher, una delle cliniche più competenti e illuminate sul tema della vergogna, esperta di trauma complesso e di trattamento integrato dei disturbi dissociativi.

Per saperne di più di seguito i miei articoli e l’intervista pubblicati su State Of Mind:

Vergogna e auto-biasimo: come ostacolano l’elaborazione del trauma?

Trauma e corpo: Bessel Van der Kolk

“Troppo spesso né il paziente né il terapeuta

riconoscono la connessione tra il problema attuale

e la storia di un trauma cronico.”

Judith Herman (1992, p.23)

 
Di recente uscita in Italia il volume di Bessel Van der Kolk “Il corpo accusa il colpo” (Raffaello Cortina Editore, 2015), summa di tutta l’esperienza umana, clinica e di ricercatore di uno dei massimi esperti del trauma nel mondo. Il libro è una interessantissima rassegna della vita professionale di van der Kolk, che traccia l’evoluzione della cultura del trauma negli ultimi 30 anni insieme al progresso delle scoperte neuroscientifiche che ormai offrono una mappa sempre più chiara del funzionamento del cervello, del corpo e della mente di persone vittime di traumi gravi o traumatizzazione cronica
“Il corpo accusa il colpo ” è un libro per tutti, cinici, ricercatori, pazienti e lettori curiosi di approfondire questi tempi. Le storie raccontate e i riferimenti scientifici aiutano a cogliere un panorama ampio e multidisciplinare che rende il libro utile a diverse discipline: dalla psicoterapia allo yoga, dalla fenomenologia al teatro, dalle neuroscienze alla fisioterapia.
Il cuore delle considerazioni di Van der Kolk riguarda l’osservazione dei cambiamenti che il trauma produce nel sistema mente-corpo su diversi livelli di elaborazione che vanno tutti affrontati in psicoterapia e con diversi strumenti terapeutici. In particolare evidenzia l’importanza di conoscere la struttura gerarchica delle risposte difensive alla minaccia di vita e al pericolo, poiché queste risposte – che sono normali e adattive nel corso del trauma – tendono a restare attive in modo disfunzionale oltre il necessario, generando sintomi psicopatologici di allerta, ipervigilanza, numbing o dissociazione anche molto tempo dopo il trauma. Queste risposte afferiscono a strutture sottocorticali (sistema limbico e sistema “rettiliano” del tronco dell’encefalo) che regolano le emozioni in modo automatico e al di sotto del controllo consapevole e cosciente della corteccia prefrontale e delle cortecce superiori; questo significa che agiscono soprattutto sul corpo provocando reazioni fisiologiche e reazioni comportamentali coerenti con la percezione del pericolo (o meglio Neurocezione) che il sistema emotivo percepisce nell’ambiente. In pazienti traumatizzati che vivono uno stato di allerta continuo verso l’ambiente circostante e che vivono un pervasivo senso di pericolo, imprevedibilità e vulnerabilità personale, questo sistema sarà sempre attivo e sarà il primo “sistema” su cui lavorare in psicoterapia.
Solo dopo aver stabilizzato il sistema difensivo attraverso una maggiore consapevolezza e regolazione dei segnali del corpo, sarà possibile accedere all’elaborazione delle emozioni, dei vissuti, dei pensieri e infine delle memorie che condizionano le scelte e il futuro delle persone vittime di trauma. Lavorare subito e solo sul piano dei pensieri e delle interpretazioni che le persone hanno fatto delle esperienze traumatiche, può portare a sviluppare una narrazione non integrata degli eventi, che rischia cioè di essere frutto di un processo di mera razionalizzazione scollegata dal piano emotivo e dal corpo. Questo espone ad una ulteriore dissociazione all’interno della mente: una ragione in grado di raccontare i fatti, un corpo reattivo e terrorizzato che continuerà a produrre sintomi di ansia, depressivi o dissociativi legati alle risposte di allerta non incluse nel processo di  cura.
Recuperare una narrazione integrata e “incarnata” (embodied) è l’obiettivo di un lavoro terapeutico efficace sul trauma, che aiuta a recuperare risorse di resilienza e una nuova base per ripartire verso il futuro con un cervello, un corpo e una mente saldamente sintonizzate tra loro e ancorate al presente che li circonda.
Di seguito un mio articolo pubblicato su State of Mind che racconta dell’ultimo workshop del Dott. Van der Kolk a Milano (Gennaio 2016):

Trauma: il corpo accusa il colpo! – Workshop di Van Der Kolk a Milano, Gennaio 2016


 
Bibliografia:
Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore