Invulnerabilità e trauma: in fondo non è stato nulla di grave

Il trauma infantile in psicoterapia è storicamente oggetto di analisi per i suoi effetti a lungo termine sulla vita di chi lo ha vissuto. C’è ormai ampio accordo tra terapeuti di tutto il mondo, sull’idea che eventi di vita traumatici e avversi, soprattutto se avvenuti nella prima infanzia e nel contesto familiare, possano causare ferite emotive profonde, capaci di modificare su più livelli – fisiologico, emotivo, comportamentale, relazionale e sociale – la traiettoria evolutiva della persona colpita. (Herman, 1992; Lanius, 2012; Liotti, Farina, 2011; van der Kolk, 2015). Abuso sessuale, violenza fisica e verbale, ipercriticismo, aggressioni, bullismo: le storie dei pazienti che mostrano sintomi di sofferenza psicologica e stress post-traumatico sono costellate da eventi di questo genere e spesso fino all’arrivo in terapia la persona non ha mai considerato il legame tra quegli eventi traumatici del passato e la sua sofferenza attuale.
Fin qui nulla di nuovo e molto è stato ampiamente già descritto nella letteratura scientifica, nonostante l’attenzione altalenante e l’ambivalenza con cui il tema degli effetti fisici e psichici del trauma e dell’abuso infantile sia stato trattato negli anni (ACE Studies, Felitti, 1998; Lanius, 2012;).
Ma cosa succede quando il trauma è invisibile? Quando non è la minaccia, ma l’assenza di protezione a creare il danno più grave? Quando non è la violenza diretta, ma la costante assenza di uno sguardo amorevole a lasciare ferite?
Quello che ancora rischia di cadere vittima del negazionismo più resistente è oggi il neglect emotivo o trascuratezza. Il “danno da negazione del danno”: sembra un gioco di parole, ma chi ha vissuto questa condizione credo non faccia molta fatica a riconoscere di cosa si sta parlando.
Il negazionismo è stato spesso l’ostacolo al riconoscimento di grandi e storiche ingiustizie, poiché determina un immediato congelamento a accantonamento delle emozioni negative e collude con l’impossibilità di esplorare le responsabilità, di riconoscere il danno e dunque di farsi carico della cura e della protezione delle vittime.
La negazione è una difesa psicologica che può stratificarsi e colpire a diversi livelli la vittima: il primo strato riguarda proprio la vittima stessa, che può negare e minimizzare l’esperienza vissuta, avere dubbi sulla sua responsabilità o meno e restare incastrata tra paura, rabbia e la colpa anche per molti anni; il secondo strato riguarda la famiglia – spesso teatro principale dei più gravi abusi emotivi nell’infanzia  – e la negazione di quello che è avvenuto, o la negazione del modo in cui è accaduto, o ancora la minimizzazione della violenza laddove riconosciuta, o ancora il criticismo sulle reazioni legittime della vittima al trauma vissuto; il terzo strato riguarda la comunità di appartenenza, l’adeguatezza dei servizi che ruotano intorno alla vittima e le possibilità di accedere ad un contesto comunitario protettivo e capace di raccogliere sia segnali precoci di sofferenza, sia gli effetti devastanti successivi. Infine c’è l’ultimo strato: la legge, la società e la politica che hanno la responsabilità di prendere posizione su temi così scottanti, di far ottenere un giusto riconoscimento del danno subito per le vittime e di garantire un processo rispettoso degli effetti psicologici e fisici del trauma, soprattutto infantile, su chi l’ha subìto. Le strade della negazione sono tante, ma il risultato è spesso lo stesso per chi lo subisce: un vissuto profondo di difettosità, di essere sbagliati, di non valere abbastanza e l’impossibilità certificata di essere compresi e protetti.
Spesso il ricordo degli abusi e delle violenze subite è sin da subito accessibile alla memoria e permetterebbe in molti casi un lavoro immediato di elaborazione dei ricordi traumatici, al fine di sciogliere i sentimenti di colpa, impotenza e rabbia e permettere alla vittima di andare avanti verso la cosiddetta crescita post-traumatica. Nessun processo di elaborazione è mai semplice e lineare, e le difese naturali che ogni paziente può mettere in campo per evitare di sentire il dolore del passato sono molte e tutte necessarie; tuttavia nell’esperienza clinica quotidiana gli ostacoli più rigidi e resistenti al lavoro di elaborazione dei ricordi sono costituiti soprattutto da quell’insieme di esperienze di negazione – soprattutto se vissute all’interno della famiglia – e che hanno costretto la vittima a sopprimere le proprie emozioni e sviluppare solide strategie difensive, adatte a proteggersi da ogni attacco, da ogni esposizione al pericolo, da ogni piccolo rischio di dare la propria fragilità “in pasto” a caregiver gravemente inadeguati o talora minacciosi. L’insieme di queste strategie apprese crea alcune tra le più solide barriere dissociative (negazione, evitamento, rimozione) e ostacola la possibilità del paziente di riconoscere ed entrare in connessione con le emozioni dolorose della sua infanzia. La negazione vissuta all’esterno, si ripete dunque all’interno e spesso con più forza e determinazione.
Il trauma da omissione, la trascuratezza fisica e affettiva, l’invisibilità, l’assenza di protezione, la solitudine, l’abbandono alimentano un paradosso difficile da sciogliere: in questi casi il dolore non è generato da un comportamento violento, da un gesto maltrattante visibile e identificabile, ma al contrario è causato da un vuoto, dall’assenza di azioni di cura e di protezione, dalla mancanza di qualcosa che non è stato mai neppure conosciuto, la cui assenza però ha generato angoscia, terrore, senso di morte e di non esistere.
In pratica un nemico invisibile che diventa difficile contrastare. L’unica soluzione efficacie diventa allora chiudere ogni accesso a quelle emozioni e non esporsi mai al confronto con quegli eventi e con tutto quel dolore inspiegabile.
MA cosa succede in terapia?
Quando l’invulnerabilità diventa la cura al dolore, allora l’accesso e il riconoscimento di queste emozioni diventa davvero molto difficile e quello che potrebbe aiutare a superare il trauma, è allo stesso tempo fonte di minaccia poiché richiede un’esposizione di quei vissuti. La paura crea un paradosso: per essere aiutato devo espormi, ma per salvarmi devo evitare ogni emozione.
Del resto se da bambino esporre i miei bisogni, esprimere emozioni e finanche essere malato ha raccolto questa grave mancanza di sintonizzazione, allora imparerò a tenere tutto dentro per non rinnovare il dolore del rifiuto e nel tempo maturerò alcune idee fondanti che sarà difficile sradicare:

  • devo sempre essere auto-sufficiente
  • non posso mostrarmi debole
  • non ho bisogno di nessuno, non devo dipendere dagli altri
  • non serve piangere, chi piange è pigro e disfattista
  • per me non c’è nessuno, quindi devo cavarmela da solo
  • essere perfetto è il minimo per iniziare qualcosa
  • stare in allerta è l’unico modo di difendersi
  • se mi rilasso, sarò ingannato
  • mai fidarsi di nessuno
  • non merito niente di buono

Le emozioni del bambino del passato vengono congelate efficacemente, ma i suoi bisogni continuano a vivere al interno del sistema emotivo annidati nel corpo che si ammala, nei pensieri negativi che ricorrono o nelle reazioni emotive soverchianti. Il bambino diventa un soldato e dimentica una parte di sé, per riuscire a far fronte al presente che richiede di ottimizzare le risorse e di orientarle subito alla soluzione dei problemi.
Recuperare i rapporti con le emozioni di quel “bambino soldato” è la sfida più grande per le persone che hanno sempre bisogno di sentirsi invulnerabili, ma che sono sopravvissute, fisicamente o emotivamente, a traumi relazionali legati alla trascuratezza, all’ipercriticismo, alla mancanza di cure. Le emozioni di colpa e vergogna assumono dimensioni enormi e devono essere affrontate nel presente, proprio perché nel passato hanno subito quella negazione e di quel mancato riconoscimento che avrebbe almeno potuto aiutarli a capire che quello che stavano vivendo era una guerra vera e non un gioco innocente finito male.

Young boy soldier portrait

Bibliografia:
L’impatto del trauma infantile sulla salute e sulla malattia. L’epidemia nascosta, a cura di Lanius, E. Vermetten, C. Pain, Giovanni Fioriti, 2012.
Herman, Judith Lewis [1992]. Trauma and recovery: the aftermath of violence – from domestic abuse to political terror. New York: BasicBooks. (Ed.It, Guarire dal Trauma: Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, a cura di R.Russo, Magi Edizioni, 2005)
Bessel van der Kolk (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffello Cortina, Milano.
Gianni Liotti, Benedetto Farina (2011) Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa.Raffaello Cortina Editore, Milano.
Felitti, VJ, Anda, RF, Williamson, DF, Spitz AM, Edwards, V, Koss, MP, Marks, JS.“Relationship of Childhood Abuse and Household Dysfunction to Many of the Leading Causes of Death in Adults. The Adverse Childhood Experience (ACE) Study.” American Journal of Preventive Medicine in 1998, Volume 14, pages 245–258.

Stress Post Traumatico e Disturbo Ossessivo: un caso clinico

Un recente studio olandese (Nijdam et al, 2013) descrive il caso di un paziente con diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo (DOC) ad insorgenza post traumatica; la diagnosi e le prospettive di lavoro cambiano radicalmente quando i sintomi sono reattivi ad eventi traumatici e un trattamento che ne tenga conto è più sicuro e più efficace per la remissione totale dei sintomi.

Sia nel disturbo ossessivo che nel disturbo post-traumatico c’è una tendenza al controllo, che può manifestarsi nel primo caso con rituali compulsivi e nel secondo con evitamento delle situazioni temute o con uno stato di ipervigilanza sull’ambiente. In una quadro traumatico complesso in cui si manifestano entrambe le sintomatologie, il DOC potrebbe avere la funzione adattiva di “regolare le emozioni negative” legate al trauma, cioè di ridurne l’intensità, attraverso l’uso di rituali che sono completamente sotto controllo della persona e che aiutano la mente a focalizzarsi nel presente, inibendo l’attivazione delle intrusioni e dei ricordi traumatici.
Come sempre la mente si adatta al meglio che può, è importante capire questi meccanismi di adattamento e “disinnescarli” nel presente.
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Memoria, olfatto e … la prospettiva di Anton Egò!

Anton EgòPer chi avesse visto il celebre film d’animazione Ratatouille, storia di un topolino parigino, Remy, che vuole diventare chef,  non sarà difficile intuire il valore e l’importanza della “prospettiva” nelle nostre capacità di giudicare un’esperienza, fosse anche un piatto di ratatouille! Il celebre e temutissimo critico Antòn Egò invitato all’assaggio del piatto di Remy, vivrà un vero e proprio flash back che lo farà magicamente tornare alla sua infanzia, agli odori della sua vecchia casa, alle immagini della madre che cucina per lui e ..alle emozioni antichissime che quel piatto ha come per magia risvegliato.

Meravigliosa sintesi di moltissime ricerche sul legame tra olfatto e memoria, la “prospettiva” citata da Egò ci aiuta a capire quanto un odore possa condizionare i nostri giudizi, soprattutto se le emozioni che sprigiona sono molto intense.

Le neuroscienze hanno ormai ampiamente descritto i circuiti neurali capaci di immagazzinare ricordi significativi della nostra vita: sistema limbico, ippocampi, cortecce temporo-laterali e occipitali sono tutti immediatamente attivati da stimoli olfattivi per noi salienti, ma il legame con gli odori risulta ancora più evidente quando parole o stimoli solamente verbali riescono ad attivare, oltre alle cortecce orbito-frontali, anche parte delle stesse aree olfattive in assenza dell’odore (Arshamian, 2012).

Questi dati ci dicono qualcosa di molto importante:  per quanto alcuni ricordi siano stati brutalmente allontanati in un remoto angolino della nostra mente, le sensazioni fisiche possono essere recuperate se ci troviamo per un attimo a “respirare la stessa aria”.

Un recente lavoro pubblicato da un gruppo di ricercatori giapponesi (Masaoka et al, 2012), si è occupato di indagare il legame tra respirazione lenta ed emozioni attraverso l’utilizzo di odori legati alla memoria autobiografica. L’ipotesi è che attraverso la respirazione le informazioni olfattive arrivino direttamente alle strutture limbiche legate alla memoria  e che respiro dopo respiro queste informazioni siano in grado di attivare il sistema limbico e ri-svegliare letteralmente i ricordi e le emozioni associate a quello specifico odore. I risultati sono chiari: quando viene inalato l’odore collegato ad una qualche esperienza di vita, il respiro si fa più lento e profondo, l’arousal fisico ed emotivo più intensi e aumenta infine persino il dettaglio con cui viene ricordata l’esperienza. I soggetti più ansiosi sono inclini a vivere i flash back in modo più intenso ed intrusivo.

L’esperimento descrive in realtà un’esperienza molto comune e piuttosto spontanea che tutti noi abbiamo avuto almeno una volta nella vita: viaggiare nel tempo dopo aver sentito un odore!

Sapere che c’è un meccanismo neurale specifico che permette questo è tuttavia interessante sia dal punto di vista scientifico, che terapeutico. L’EMDR così come molte tecniche di rievocazione di memorie traumatiche, possono avvalersi di questi meccanismi neurali per ricostruire, partendo da appunto da un odore, molti aspetti dell’evento e favorire così un più rapido recupero delle emozioni e dei pensieri ad esso collegati, che possono diventare materiale importantissimo da discutere in terapia.

Anton Egò2

Molti ricordi traumatici vengono infatti dimenticati o completamente “rimossi”, ma spesso  il loro potenziale stressante rimane congelato nel corpo e nella mente, sotto forma di sensazioni fisiche sgradevoli e disturbanti, che sono spesso proprio i sintomi lamentati da chi richiede una consultazione.

Questi pattern tendono a riattivarsi in modo identico al passato quando si entra in contatto con uno stimolo qualunque associato a quell’esperienza:  può succedere così di sognare ad occhi aperti di fronte all’odore di minestrina o spaventarci a morte di fronte ad un profumatissimo mazzo di fiori!

Camilla Marzocchi

Arshamian, A., Iannilli, E., Gerber , J.C., Willander, J.,Persson, J., Han-Seok Seo, Hummel, T., Larsson, M. The functional neuroanatomy of odor evoked autobiographical memories cued by odors and words, Neuropsychologia (2012), http://dx.doi.org/10.1016/j.neuropsychologia.2012.10.023

Masaoka, Y, Sugiyama, H., Katayama, A., Kashiwagi, M., and Homma, I. Slow Breathing and Emotions Associated with Odor-Induced Autobiographical Memories. Chemical Senses, (2012) 37: 379–388.

Lavorare sul trauma con l'EMDR.

Cos’è l’EMDR?

Si tratta di un metodo di lavoro che permette di lavorare sui ricordi traumatici e di ri-elaborarli in modo più funzionale, collocandoli nel proprio percorso di vita e riducendo l’effetto disturbante generalmente legato alla rievocazione del ricordo. Il processo terapeutico è caratterizzato da una prima fase di recupero dei principali eventi di vita, considerati traumatici e attualmente disturbanti, e una seconda fase di elaborazione degli elementi essenziali del ricordo in una chiave di lettura più “sana”, decentrata e priva degli effetti negativi, sul piano fisico ed affettivo, che quel evento aveva prima del trattamento.

emdr

L’EMDR sta per Eyes Movement Desensitization and Reprocessing e si basa sulla teoria dell’Elaborazione Accellerata dell’Informazione (AIP). In breve, questo modello della mente afferma che ogni essere umano è dotato di un sistema neurologico e fisiologico che permette di elaborare le informazioni in entrata (eventi, pensieri, emozioni,..) mantenendo un equilibrio tra lo stato del sistema “prima” e “dopo” l’ingresso di quell’informazione. Questa tendenza all’equilibrio permetterebbe alla mente di andare sempre verso una risoluzione adattiva e funzionale, in cui la mente riesce ad integrare vecchie e nuove informazioni e a recuperare l’equilibrio perso. Gli elementi che si vanno ad integrare sono: esperienze, emozioni, pensieri, reazioni fisiologiche e comportamenti.

Sia le esperienza positive che quelle negative possono quindi essere affrontate ed elaborate in modo autonomo ed efficace dalla nostra mente e su tutti i livelli (fisico, emotivo, cognitivo e comportamentale). In alcuni casi, tuttavia, le reazioni  che si attivano in risposta ad un episodio traumatico faticano ad essere integrate nel sistema e si genera quello che viene definito un pattern continuo di emotività: la reazione emotiva ad un evento non dura cioè il tempo necessario ad essere elaborata in modo adattivo, ma continua a manifestarsi anche a distanza di tempo e in assenza dello stimolo che l’aveva provocata. Diventa appunto un pattern che si riattiva quando una sensazione, un pensiero o un emozione simili a quelle provate in occasione di quel unico evento traumatico, vengono ri-esperiti o rievocati.

L’emotività e le sensazioni fisiche legate a quell’evento restano come “congelate” nella rete neurale e isolate dagli altri eventi di vita, in una perpetua attivazione che difficilmente viene spenta senza un intervento terapeutico specifico. L’esempio più tipico è il Disturbo da Stress Post-Traumatico, per cui l’EMDR è il trattamento d’elezione secondo l’Evidence Based Medicine.

Quali traumi causano l’attivazione del pattern continuo di emotività?

La gravità del trauma è legata innanzitutto alla reale o soggettiva percezione di essere in pericolo di vita.

Quindi tutte le situazioni  in cui questa minaccia è stata percepita come reale, sono situazioni potenziali per sviluppare un pattern continuo di emotività disturbante. E’ questo il caso degli abusi sessuali, degli incidenti, della catastrofi naturali. Una seconda situazione è quella dei traumi ripetuti, cioè traumi soprattutto relazionali in cui non si è sperimentato un vero e proprio pericolo di vita, ma in cui una particolare emozione si sia attivata in modo frequente e disfunzionale e senza dare la possibilità di una elaborazione completa dell’evento (Es: un clima familiare molto conflittuale in cui si è assistito a frequenti e intensi litigi tra i genitori).

L’intervento attraverso l’EMDR permette innanzitutto di sciogliere questo pattern di attivazione, molto disturbante e non più utile rispetto al passato, e di aprire lo spazio per una nuova elaborazione più adattiva dell’evento traumatico.

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Qual è il legame tra corpo ed emozioni?

Le emozioni sono un importantissimo segnale di come stiamo, di quello che ci succede e permettono agli altri di comprendere il nostro stato d’animo in una determinata situazione.

Tutte le emozioni inviano le “informazioni emotive” necessarie in due diverse direzioni: 1- una interna, riconosciamo di essere tristi quando abbiamo pensieri negativi costanti, ci sentiamo di non avere energie, né voglia di fare niente, abbiamo lo stomaco chiuso o non riusciamo a smettere di piangere, e 2- una esterna, gli altri si accorgono che siamo tristi perché ci vedono piangere, o perché abbiamo la bocca al ingiù, lo sguardo spento, la postura “afflosciata”, parliamo poco o affatto, tendiamo ad isolarci.

Tutte le emozioni, nessuna esclusa, sono segnali importanti, normali e ci guidano nel raggiungere degli scopi fondamentali per la nostra vita e per la nostra sopravvivenza.

Che succederebbe se non provassimo paura davanti ad un pericolo? O tristezza alla perdita di una persona cara? O colpa per aver arrecato un danno a qualcuno?  O rabbia di fronte ad  un’ingiustizia?

Anche le emozioni più intense e intollerabili vanno ascoltate e ci segnalano, spesso con forza, che qualcosa non va e che forse vale la pena di fermarci a capire. Spesso quando si parla di “disagio emotivo”, si rischia di confondere le emozioni, sempre legittime, comprensibili e utili, con le reazioni alle emozioni, che possono invece essere eccessive, illegittime e “sbagliate”, soprattutto se arrecano danno a noi stessi o agli altri.

La comprensione delle emozioni, della loro legittimità e dei pensieri che le accompagnano, sono spesso argomento centrale della psicoterapia e costituiscono quasi sempre la chiave di lettura per capire ed analizzare situazioni di malessere psicologico e di conflitto interpersonale. Capita spesso infatti che proprio in condizioni di difficoltà e di malessere psicologico, facciamo fatica a riconoscere le nostre emozioni , a fermare i pensieri che le accompagnano e capirne in ultimo le motivazioni che hanno contribuito a scatenarle.. proprio quando ne avremmo più necessità!

Il primo passo per avvicinarci alla comprensione delle emozioni è dunque riconoscerle su noi stessi, prima ancora di riuscire a comunicarle. Come fare??

 …Chiediamolo al corpo!

Ogni emozione si accompagna a delle sensazioni fisiche, spesso molto intense, a volte meno, che possono farci da guida nell’identificare il nostro stato interno e che spesso tuttavia non riusciamo ad identificare.

A volte può capitare di sentire improvvisamente un nodo alla gola, avere la sensazione di arrossire, tenere lo sguardo basso, provare un intenso desiderio di nascondersi, sentirsi agitati e nervosi, …. quale emozione si è attivata in questo caso?

E’ probabile che, nella comune esperienza di tutti, queste sensazioni richiamino alla mente una situazione in cui abbiamo provato un’intensa emozione di vergogna.

Proviamo con un altro esempio: in quale circostanza vi è capitato di sentirvi tesi, rigidi, sul punto di esplodere o di perdere il controllo, di sentire il viso infiammarsi improvvisamente, i muscoli delle braccia e delle gambe contrarsi, e un senso diffuso di irrequietezza e agitazione?

E’ probabile che poco prima di sentirvi così, qualcosa o qualcuno vi abbia fatto arrabbiare e perdere le staffe, per qualcosa che voi ritenevate ingiusto o contrario alle vostre aspettative.

Così come la rabbia e la vergogna, ogni emozione ha dei marker somatici, cioè delle sensazioni fisiche precise che ci segnalano l’emozione attiva in quel momento, e che spesso vengono erroneamente interpretati come veri e propri segnali di malessere fisico.

Ripensando all’esempio della rabbia: cosa succederebbe se ci trovassimo ad esperire tutte le sensazioni fisiche su citate, senza la benché minima consapevolezza di essere semplicemente arrabbiati?

Con ogni probabilità proveremo paura e incredulità per le reazioni del nostro corpo, preoccupazione che qualcosa di brutto ci stia accadendo, cercheremo di calmarci in qualche modo, respirando lentamente, facendo una passeggiata,…ma di sicuro non affronteremo quello che ci ha fatto arrabbiare: questo è un esempio di circolo vizioso che spesso colpisce le persone che vivono periodi intensi di stress o che si trovano ad affrontare un vero e proprio disturbo d’ansia (disturbo di panico, agorafobia, ansia generalizzata, ipocondria,..).

 Per un elenco completo delle sensazioni fisiche legate alle principali emozioni CLICCA QUI !

Previsioni dal mondo!

Oroscopi, superstizioni, precognizioni, tarocchi, ideologie, religioni, dogmi, guru, miti, leggende, scienza e fantascienza, psicologia e parapsicologia….Molte delle attività e dei “prodotti” della mente umana sembrano essere l’espressione di un bisogno nobile e profondamente radicato:  dare un senso alle cose del mondo!

La capacità di prevedere gli eventi è una delle abilità fondamentali per l’essere umano e in generale per tutto il mondo animale. Una buona capacità di prevedere eventi avversi, permette di fare ipotesi sui possibili rischi e di scegliere le strategie migliori per affrontarli e garantirsi la sopravvivenza.

La stessa capacità è coinvolta nella previsione di esiti positivi, che in genere identifichiamo come scopi del nostro agire, e che ci orienta nella scelta dei mezzi adeguati per raggiungerli: “..è buono ciò che facilita il raggiungimento di uno scopo, è cattivo ciò che lo impedisce, se non avessimo degli scopi saremmo del tutto impossibilitati ad esprimere qualsivoglia seppur minima valutazione” (S. Sassaroli, R.Lorenzini). Ciò che identifichiamo come buono o cattivo, determina l’efficacia delle nostre capacità predittive.

Abilità preliminare per fare buone previsioni è “leggere” il mondo e individuare gli elementi della realtà che possano aiutarci a raggiungere i nostri scopi.  La vista dei pipistrelli può essere una buona metafora di questa selettività: il loro sistema si basa sull’invio di ultrasuoni capaci di produrre degli eco riflessi dagli oggetti (simili al sonar) ed è in grado di ricostruire una mappa precisa dello spazio in cui si muovono, ad una velocità elevata e nonostante il buio. Questo sistema li aiuta ad selezionare dal campo visivo cibo, ostacoli, vegetazione, altri animali e soprattutto le prede: riescono cioè ad individuare esattamente le cose che interessa loro vedere (e non altre), e a percepire la realtà in relazione alla vita che conducono.

Altra capacità preliminare per affinare le nostre previsioni è saper esplorare il campo di azione, per sperimentare abilità e imparare dall’esperienza a leggere meglio gli stimoli che ci vengono dall’esterno. Tornando ai pipistrelli: se non uscissero mai dai loro nidi per cacciare o se scegliessero il giorno per le loro attività, renderebbero il loro sistema visivo nel primo caso inutilizzato, nel secondo inefficace.

Quando perciò uno stato emotivo molto intenso, uno o più eventi di vita drammatici e inaspettati, il ripetuto fallimento di uno scopo per noi importante, mettono “in scacco” la nostra capacità di fare buone previsioni, solo il ripristino di scopi nuovi, una diversa esplorazione e la produzione di nuove ipotesi, permettono di recuperare comprensione e controllo sulla realtà.

Il malessere psicologico è spesso l’esito di un “blocco” nella produzione di ipotesi e scopi alternativi ai precedenti. L’ansioso, ad esempio, a seguito di ripetute esperienze negative eviterà tutti i luoghi affollati che gli hanno scatenato un attacco di panico, perché immaginerà esiti esclusivamente negativi e catastrofici rispetto dell’esperienza evitata. Non riuscirà a produrre ipotesi positive, non tenterà diverse strategie e preferirà tenere fede alle sue previsioni – per quanto terribili – piuttosto che rischiare un errore. Penserà insomma che prepararsi sempre al peggio, sarà meglio di qualunque sorpresa!

Rinunciare a questa “preparazione” rende il disagio psichico comprensibilmente preferibile a qualunque percorso di cambiamento: sembra che una cattiva previsione, sia meglio che non averne affatto.

Il passaggio paradossale per recuperare una capacità predittiva efficace sembra essere la momentanea rinuncia a quel bisogno profondo e radicato dentro di noi di dare un senso alle cose del mondo: assumersi cioè il rischio di una previsione sbagliata!